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Da qualche tempo a questa parte il dibattito sulle grandi trasformazioni urbane sembrava aver poco a che fare con l’Europa e con il mondo occidentale in genere. Le uniche tigri impegnate a cavalcare il “megaprogetto urbano” sembravano le metropoli asiatiche, mentre le città africane e latinoamericane apparivano necessariamente impegnate sul fronte delle favelas e della crescita illegale e vertiginosa del perimetro urbano. All’Europa e al Nordamerica non restava che occuparsi del diffondersi dello sprawl, una forma plateale di autoconsunzione del concetto di città, e di affidare a progetti “leggeri”, artistici o immateriali il compito di gestire l’irrinunciabile ambizione a un progresso spaziale fatto di integrazione e di sostenibilità.
 
Poi, più o meno all’improvviso, un nuovo senso di urgenza – una specie di ansia da prestazione urbanistica – ha (ri)cominciato a soffiare nelle stanze dei sindaci delle grandi città europee, mosso probabilmente da due ragioni principali. La prima ha a che fare con l’ormai acquisito concetto di competizione e marketing urbano. Per avere finanziamenti, smuovere i processi economici, c’è bisogno di progetto e trasformazione, capacità di previsione, attitudine a mettere in moto i processi in grado di far avverare i programmi. Non bastano più quindi i festival culturali e qualche ipermuseo, c’è di nuovo bisogno di operare direttamente sulla forma fisica della città. La seconda ragione riguarda invece il tema oggi più attuale e interdisciplinare, quello dell’ecologia e della sostenibilità, che ha (finalmente?) cominciato a mettere pressione anche al mondo degli urbanisti e degli architetti, che hanno dovuto cominciare a ingegnarsi per trovare il modo di partecipare alla mobilitazione generale, pena il vituperio e l’esclusione con l’etichetta di cementificatori.
 
Gli effetti di questo nuovo “fantasma che attraversa l’Europa” sono stati immediatamente evidenti in alcuni grandi programmi intrapresi a dispetto del tempo di crisi. Madrid ha lanciato un enorme progetto di trasformazione di tutta la parte urbana delle rive del Manzanarre, basato su interventi infrastrutturali pesanti, spostamento di flussi, costruzione di ponti e tunnel, realizzazione di grandi superfici verdi. Al nuovo Manzanarre la Spagna affida il compito ambizioso di ridefinire le relazioni tra futuro (la nuova Madrid) e passato (il centro storico) e la nuova identità europea della capitale e della nazione. Secondo è arrivato Sarkozy. Due anni fa la presidenza ha infatti lanciato insieme alla capitale il programma Grand Paris, una specie di megaconsultazione sulla Parigi del 2050 alla quale sono stati invitati 10 grandi studi francesi e internazionali, compresi gli italiani Secchi-Viganò e Giulia Andi (dello studio italo-tedesco Lin architects). Grand Paris ha già prodotto i suoi primi risultati, esposti lo scorso anno a Parigi e presentati in varie pubblicazioni, quasi tutti concentrati sul tema della trasformazione della città “dentro se stessa”: densificazione invece di crescita, sostituzione e riuso invece di nuova edificazione. Gli amministratori stanno ora cercando di tenere vivo lo slancio del progetto al di là della sua fase più “accademica” e di trarne indicazioni concrete, ma è comunque importante sottolineare la natura di riesumazione dell’utopia e della grande visione applicata alla città. Il passo decisivo è stato però quello di Londra, che ha ottenuto l’assegnazione dei giochi olimpici del 2012 sulla base di un “grande progetto” apparentemente in grado di soddisfare allo stesso tempo le esigenze dei cittadini, le richieste degli ecologi, quelle degli appassionati d’architettura e le ambizioni di amministratori e urbanisti.
Gli inglesi hanno progettato una serie di grandi strutture reversibili per lo sport: stadi pronti a scomparire o a ridursi a servizi di quartiere a giochi finiti, palazzetti studiati per diventare parchi e giardini, villaggi per atleti ipersostenibili già collocati sul mercato dell’housing nel postolimpiadi, infrastrutture pensate col doppio scopo di rendere fluido ed efficiente il movimento degli atleti in città e di integrarsi perfettamente nel sistema dei trasporti urbani.
 
Proprio l’esempio londinese ci fa venire in mente lo scenario nostrano, e in particolare lo slancio col quale la giunta capitolina si è gettata sull’ipotesi delle olimpiadi. All’improvviso l’esempio londinese mostra come sia possibile trasformare la solita raffica di grandi opere da “emergenza” in un intervento pensato davvero per incidere positivamente sul futuro dei cittadini. Quindi Roma ha fatto il suo comitato e ha proposto una serie di grandi programmi: le nuove strutture sportive nel parco fluviale a nord lungo la Flaminia da Saxa Rubra al Foro Italico, la riorganizzazione degli impianti sportivi di Tor Vergata, arrivati in clamoroso ritardo per i mondiali di nuoto dello scorso anno, la dislocazione di una serie di gare alla nuova Fiera. È difficile giudicare questo progetto, in una fase in cui non è ancora affatto chiaro se Roma otterrà o no i giochi del 2020, in un clima internazionale di notevole scetticismo. Anzi, forse è proprio il confronto con Londra a mettere a nudo qualche punto debole del progetto. Se infatti è vero che il programma romano non ostenta le solite “grandi opere” sbagliate in partenza, è anche vero che Londra garantisce un tempo di spostamento tra qualsiasi sede olimpica non superiore ai 15 minuti. Tempo ben difficile da garantire con campi e stadi divisi tra Saxa Rubra, Tor Vergata, Magliana e chi più ne ha più ne metta. Vedremo.
 
Nel frattempo non è che Roma stia ferma. Vanno avanti progetti puntuali e non coordinati, a volte buoni, l’Auditorium, il Maxxi, il Macro, i nuovi ponti. Va avanti l’offensiva dei developers, oggi travestiti da suffragette del social housing, che nessuno sa bene cosa sia e quanto sia social, vanno avanti iniziative suicida e regressive, come il progetto Krier per Tor Bella Monaca o l’impresentabile “consultazione” per l’area della Moretta, che in fondo rimane davvero l’ultimo dei problemi.

L'ansia da prestazione urbanistica

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