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Non sapevo che Città del Messico fosse stata una isola, a suo tempo. In cui gli Atzechi affinavano la loro arte di guerrieri. Prima di esserne cacciati via dagli spagnoli, che cancellarono quasi ogni testimonianza della loro esistenza.
Me lo racconta Arturo, l’autista quasi settantenne che mi porta in giro per l’enorme metropoli, poco più vasta di Roma, con il triplo degli abitanti.
 
Molti di loro si inerpicano lunghe le colline che circondano la Città, abitanti di piccole case senza fogne, acqua e poca elettricità. Molti di questi la mattina si inoltrano nel centro città per lavoretti marginali. “Tanto le aziende in periferia danno 57 pesos al giorno (3,5 euro), non vale la pena darsi il disturbo di chiedergli un lavoro”, dice Arturo. Mi racconta di quando alla fine del XIX secolo, prima della Rivoluzione, presso le Tendas de Raya i lavoratori erano costretti a trasformare i loro salari in fame acquistando quanto venduto loro dai padroni, grano e alcol. Raya significa riga, per la riga che tracciavano i lavoratori analfabeti per firma di ricevuta.
 
Non c’è speranza né rabbia né umiliazione negli occhi di Arturo. Un distacco perfetto, sereno. Dei suoi antenati indigeni di 2000 anni fa, gli Olmec, ammira sincero il loro essere stati guerrieri. Ora anche io combatto, mi dice: il traffico quotidiano in macchina. Parla degli 82.000 più ricchi (ne conosce il numero come quello del suo cellulare) come diversi dai restanti 120 milioni: “non sono messicani” dice convinto e comunque anche se lo fossero “non sono felici come noi, perché devono vivere costantemente sotto protezione”.
 
Lungo le casette strette strette pare si inerpichino quotidianamente dei camion cisterna con 8000 litri d’acqua ognuno. La portano, su prenotazione, dopo 4-5 giorni agli abitanti che ne fanno richiesta. Costa poco, sussidiata dal Governo che non tassa i proprietari delle casette.
Non che ci riuscirebbe. Qui vengono chiamati paracaidistas, paracadutisti, persone molto povere che costruiscono su terre che non gli appartengono. Arrivano spesso in gruppo per rendere più difficili le operazioni di evacuazione da parte delle autorità. Cascano a gruppi, come paracadutisti buttati giù dal cielo verso un destino certo di povertà.
 
Il Messico è ancora vasta disuguaglianza, malgrado piccoli miglioramenti, quella stessa che portò alla Rivoluzione un secolo esatto orsono, anno più anno meno. “Ci promisero un PC per ogni studente nelle scuole”, racconta Arturo del perché il partito progressista PAN perderà le prossime elezioni questa estate, per far tornare il sempiterno partito conservatore PRI: “in realtà dovevano far arrivare prima l’elettricità”.
 
Arturo attraversa veloce l’Avenida de Insurgentes. Il viale degli insorgenti, non degli insorti. Un participio presente che mi piace. Che racconta di una rivoluzione non ancora portata a termine.
 
La questione chiave universale rimane, come suggerisce Milner, “di fronte alla riconciliazione dei notabili ed alla solidarietà tra i più forti, come fare in modo che il debole abbia poteri?”. Dei poteri, non il potere, così ardua è la questione.
Per rispondere alla domanda bisognerebbe prima rispondere a queste due. Come si trasforma nuovamente un guerriero in un insorgente? Come paracadutare quei milioni, invece che nei loro ghetti senza speranza, al centro delle piazze pulite e decorose a loro vietate?
 
Sono domande che ci paiono lontane, ma in un qualche modo, le sento universali anch’esse.

L'isola di Arturo

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