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Il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio parla di energie alternative a margine della presentazione di un enorme progetto per lo sfruttamento dell’energia solare, sviluppato da Enel ed Enea. E parla, tra le altre cose di biocombustibili. I combustibili derivati da coltivazioni vegetali. Meno inquinanti e più a buon mercato dei derivati del greggio, quindi, anche se non sempre competitivi a causa degli alti costi di produzione. Soprattutto in certi paesi, come l’Italia.

“Se facciamo agroenergie, biocombustibili, al servizio dell’ambiente le dobbiamo fare in Italia”. Così il ministro dell’Ambiente risponde a quanti, in questi mesi, hanno avanzato l’ipotesi di realizzare ‘campi’ per biocombustibili all’estero. In particolare, in paesi in via di sviluppo: “Dovremmo importarli sulle navi a petrolio”, il che “significa perdere il valore fondamentale della produzione in zona”. Secondo Pecoraro, “almeno questa e’ la strategia che deve sviluppare chi vuole rimanere in accordo con il protocollo di Kyoto”.

Ad avanzare l’ipotesi l’ipotesi di sviluppare la produzione di biocarburanti in quei paesi che hanno le caratteristiche fisiche per questo tipo di coltivazioni, era stato Paolo Scaroni, AD di Eni. Che pensa in particolare a “grandi estensioni da coltivare e climi tropicali, riproducendo piu’ o meno la situazione del Brasile che a oggi e’ il piu’ grande produttore di biocarburanti al mondo”. Ovviamente Eni si concentrerebbe su quei paesi nei quali ha già attività avanzate. Pecoraro Scanio pare avere tutta l’intenzione di bloccare sul nascere le idee di Scaroni e dell’Eni. Non solo. Pare proprio che del biodiesel degli altri non voglia saperne. Perché? Per il valore aggiunto della produzione sul luogo del consumo, che elimina il fattore inquinante del trasporto, come lo stesso Pecoraro Scanio ha chiarito.

Ma noi italiani siamo in grado di “farci in casa” il biodiesel? Uno studio della Coldiretti del 2005 rivela come ogni ettaro di terreno in Italia ha una resa media di biodiesel di circa 850 kg. Visto che la superficie agricola utile è di circa 13 milioni di ettari, è chiaro che non saremo mai in grado di farci da soli, in casa, tutto il bioediesel del quale (in potenza) abbiamo bisogno, considerando che ognuno dei 34 milioni di veicoli che circolano nel nostro paese consumano circa i tonnellata di combustibile l’anno.Certo, si parla dei consumi degli attuali carburanti, ma se si considera che già ora è praticamente impossibile trovare nei supermercati l’olio di colza, che gli automobilisti utilizzano per i motori diesel in maniera illegale (evadendo le accise sui carburanti) è facile prevedere che una eventuale disponibilità di questi combustibili ne farebbe rapidamente crescere la domanda.

A questo punto la questione è: dal momento che non possiamo farceli in casa e che dovremmo importarli, rinunciamo all’utilizzo di carburanti che sono in grado di ridurre dell’80% le emissioni di idrocarburi e policiclici aromatici e del 50% quelli di particolato e polveri sottili, principali responsabili dello smog in città?Altra questione, non secondaria: uno dei principali produttori mondiali di biocombustibili è il Brasile, il cui presidente è Lula Da Silva, eroe della sinistra italiana, che proprio su questo terreno ha appena firmato un accordo con il presidente Usa G.W. Bush. I biocombustibili sono per il Brasile una grande risorsa. Economicamente efficienti per il paese che li produce, non invasivi e a basso impatto ambientale, se coltivati sfruttando al meglio le carattistiche brasiliane non portano con se molti dei problemi legati alle grandi piantagioni estensive, possono rappresentare una risorsa quasi del tutto in mano ai brasiliani stessi, che ne trarrebbero molti vantaggi. Molti di più di quanti attualmente ne derivano dal commercio equo e solidale. È giusto chiudere a paesi come il Brasile i nostri mercati, per non dover ricorrere al trasporto marittimo?

Pecoraro chiude i nostri porti all'ecodiesel brasiliano

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