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Quattordici settimane di proteste sono tante, lunghe e stremanti; creano un contesto logorato e caotico; aprono crepe e mostrano vulnerabilità. In questi spazi i rivali del governo di Benajamin Netanyahu stanno cercando di consolidare l’opposizione politica. Ma soprattutto i nemici dello Israele trovano occasioni e motivazioni.

Il tragico car-ramming che ha ucciso il turista romano Alessandro Parini sul lungomare di Tel Aviv è frutto di questo contesto. L’attacco con l’auto lanciata sulla folla segue una dinamica di azione nota, riprodotta dozzine di volte — perché facilmente adottabile. Il coinvolgimento di un arabo-israeliano a quanto pare non direttamente collegato alle sigle combattenti palestinesi indica la profondità raggiunta dal nuovo infiammarsi delle tensioni interne — frutto anche di un governo composto anche da figure altamente divisive, radicali, settarie e incontrollabili.

La scelta del bersaglio e il metodo usato fanno pensare a un attentatore che ha pensato l’azione, ma senza coordinamento logistico e organizzativo. Un soft target, un’arma comune e reperibile. Tant’è che Hamas e il Jihad islamico palestinese, i due principali gruppi combattenti, hanno definito l’operazione “di alto livello”, ma non hanno rivendicato affiliazioni dell’attentatore — poi ucciso dalla polizia una volta uscito dall’auto per continuare il suo attacco contro la folla, armato di pistola.

Una delle figure più prominenti dello Stato islamico, Mohammed Al Adnani (ucciso in un raid aereo americano ad agosto 2017), leader, predicatore, portavoce, capo delle operazioni estere del gruppo (ossia gli attentati), invitava i proseliti ad organizzarsi in proprio: colpire con i mezzi a disposizione, senza la necessità di creare una cellula e studiare piani architettati. Se avete un’auto lanciatevi tra la gente, se non avete nemmeno quella usate le mani. In Israele — nonostante la presenza dell’Is all’interno del territorio è stata sempre ultra-minoritaria — gli insegnamenti sono stati assorbiti anche per l’esperienza collegata a decenni di jihad.

E quello che è successo a Tel Aviv, il modo in cui è successo, racconta bene quel contesto logorato e polarizzato, humus per l’attecchimento delle predicazioni jihadiste, per le radicalizzazioni e per chi ottiene vantaggio e incassa dividendi da esse. L’attentato che ha ucciso il trentacinquenne Parini non è infatti certo un unico in questo periodo. Nello stesso giorno due ragazze israeliane di 21 e 16 anni sono state uccise mentre viaggiavano in macchina con la loro madre lungo la Strada 57 che taglia la valle del Giordano. Qualche ora prima una pioggia di razzi era caduta su diverse località israeliane, con lanci anche dal Libano.

Gli israeliani hanno coinvolto Hamas in tutte le azioni, che in effetti seguono un pattern sofisticato. Gli attacchi dal Libano sono evidentemente azioni coordinate, dove è chiaro il coinvolgimento di Hezbollah anche se Israele — pressato dalla Comunità internazionale — evita di allargare lo spettro della reazione. In questo quadro c’è anche un conseguente potenziale ruolo giocato dall’Iran, fronte Pasdaran, che è finanziatore di alcune delle azioni più ampie dei nemici armati dello Stato ebraico.

Gli attacchi minori come quello sul lungomare di Tel Aviv sono comunque connessi a questo schema. Se per organizzare logistica e tattiche delle operazioni più grandi c’è un’organizzazione transnazionale e trans-ideologica (Hamas e i gruppi palestinesi sono sunniti, Hezbollah e i Pasdaran sono alfieri dello sciismo), c’è anche un’infowar coordinata. Siti, canali Telegram, gruppi nei social network spingono disinformazione e propaganda per creare un clima tale che chiunque — infervorato dall’ideologia, illuso dalla predicazione, stremato dal contesto, vessato dalle condizioni — possa decidere di passare all’azione.

C’è una sovrapposizione di piani che si intersecano. Quello politico interno, che muove gli oppositori (e raccoglie lo scetticismo di parte di moderati) contro il governo e contro il suo leader, con Netanyahu accusato di aver progettato la riforma della giustizia a suo interesse. Quello socio-culturale, con i palestinesi che si sentono repressi più che mai dalle azioni sempre più aggressive delle forze di sicurezza israeliane (84 morti in varie forme di scontri dall’inizio dell’anno è il bilancio che riportano le organizzazioni umanitarie) e abbandonati dalle susseguirsi delle dinamiche internazionali (la Turchia sfrutta la situazione perché percepisce che la Palestina è di fatto rimasta senza difensori di rilevo, per esempio). Infine il piano internazionale, con i Pasdaran che cercano, per proprio interesse, di mantenere il livello di scontro a intensità variabile contro Israele approfittando del contesto generale — e per buona parte contribuendo a fomentarlo.

Il lancio di razzi dal Libano e da Gaza nella notte di giovedì ha seguito un violento raid della polizia israeliana nel complesso Haram al-Sharif di Gerusalemme, noto anche come Monte del Tempio, martedì scorso, dopo che i fedeli musulmani si erano barricati nella Moschea di Al-Aqsa e volevano passarci la notte per protesta. Hamas non ha rivendicato il lancio di razzi dal Libano, ma ha dichiarato di ritenere Israele “pienamente responsabile della grave escalation e della flagrante aggressione contro la Striscia di Gaza e delle conseguenze che porterà nella regione”. Ormai esistono meccanismi di reazione e organizzazione rapida per colpire Israele in profondità e addossargli responsabilità (e conseguenze) delle crisi.

Questo all’interno produce dinamiche come quelle dietro all’attentato di Tel Aviv, all’esterno trova un’opinione pubblica internazionale pronta a incolpare gli israeliani di reazioni eccessive. Anche perché il governo Netanyahu è parte (provocata o provocatrice?) di queste escalation. Il rischio è che nei prossimi giorni, tra la Pasqua cristiana e la Pesach, si ripentano nuovo incidenti.

“Anche se la riforma della giustizia è stata smontata, ricordiamoci che c’è una figura radicale come il ministro Itamar Ben Gvir al governo che si occupa anche della sicurezza dei luoghi sacri e che sua moglie è coinvolta nei comitati ebraici che cercano di ridefinire quello che è lo status attuale di condivisione dei luoghi sacri di Gerusalemme, e non stupiamoci di ulteriori atti forti che indicano ulteriori criticità e tensioni”, spiega Giuseppe Dentice, Head del Mena Desk del CeSi e tra i principali esperti del contesto israeliano in Italia. “Gli attentati e i bombardamenti sono elementi in qualche modo connessi, e ci raccontano di come Israele stia stringendo attorno di sé un nodo difficile da districare”.

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