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Già la sera del 13 marzo 2013, subito dopo l’elezione, affacciandosi al balcone chinando la testa davanti alla folla radunata in piazza San Pietro per chiederne la benedizione, Papa Francesco aveva prefigurato ed esplicitato le coordinate del suo pontificato. Non fu quello un estemporaneo saluto ma un programma sulla base delle fonti conciliari.

In quelle prime parole infatti vi è presente il riferimento diretto a due documenti centrali del Vaticano II: la Costituzione dogmatica Lumen gentium sulla natura della Chiesa e la Costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo.

Queste le parole: “Fratelli e sorelle, buonasera! E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa (…) sia fruttuoso per l’evangelizzazione”.

L’incipit esprime da subito la volontà di farsi prossimo, fratello per tutti, quale espressione dell’“intima unione della Chiesa con l’intera famiglia umana”, come viene così descritta nel proemio della Gaudium et spes. Che è all’origine dell’invito alla prossimità e di richiamo alla “conversione pastorale” che sarà rivolto a tutta la compagine ecclesiale a partire dall’esortazione Evangelii gaudium, fino all’enciclica Fratelli tutti, dove senza frontiere evidenzia come Cristo interpella affinché tutti diventiamo prossimi degli altri.

L’invito poi a compiere il cammino insieme rimanda direttamente al secondo capitolo della Lumen gentium dove si afferma, testuali parole, che “vescovo e popolo fanno un cammino insieme”. Da qui la sinodalità, che significa appunto “camminare insieme”, modalità e stile che appartengono alla natura apostolica propria della Chiesa e che in questi dieci anni è stata rimessa in moto nei sinodi promossi dal Papa a partire da quello sulla famiglia.

Come vescovo della Chiesa di Roma, “che presiede nella carità tutte le Chiese” riprendeva inoltre la sorgente del suo ministero universale cui è affidato il compito in quanto successore di Pietro: quello di ricercare l’unità dei cristiani. Ricerca che in questi anni lo ha portato a intensificare il cammino cominciato dal Concilio con il decreto Unitatis redintegratio.

Francesco conclude infine dicendo “perché ci sia una grande fratellanza”. Con questa preghiera il Papa aveva perciò già prefigurato la ricerca dell’unità del genere umano e della pace, che sono confacenti al ministero petrino. Valori che lo hanno portato a gettare ponti dall’occidente all’oriente attraverso dialoghi e valori non negoziabili per un cristiano.

I ponti hanno fatto da collegamento anche con le altre religioni, andando controcorrente rispetto a chi le usa per scontri di civiltà, fino alla firma del Documento sulla fratellanza umana il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi con il leader sunnita al-Tayyeb. Le parole della sera dell’elezione, poi argomentate nel primo discorso al Corpo diplomatico del 22 marzo 2013, sgorgano dall’aver fatto proprio il concilio Vaticano II nella sua interezza come ressourcement, “risalita alle sorgenti”.

Da quel saluto iniziale si è così delineato il cammino percorso lungo le strade maestre indicate dal Concilio: la risalita alle fonti del Vangelo, una rinnovata missionarietà, la sinodalità, il servizio e il dialogo con la contemporaneità, la ricerca dell’unità con i fratelli cristiani, il dialogo interreligioso, la ricerca della pace. Saluto da cui si comprende anche come non sia il Papa a fare la Chiesa.

“Non sono io – ha affermato nell’intervista ad Avvenire nel 2016 – questo è il cammino dal Concilio che va avanti, che si intensifica. Questo cammino è il cammino della Chiesa. Io seguo la Chiesa”. Il suo primo pronunciamento nel suo insieme è perciò da considerarsi il compendio di una visione ecclesiale scaturita dal solco della tradizione e maturata dall’ecclesiologia conciliare, che nel corso del suo pontificato è andata avanti.

Ma seguire il cammino della Chiesa cosa ha significato in questi anni? Ha significato proseguire quanto affermato nella Nostra aetate firmata da Paolo VI e da tutti i padri conciliari il 28 ottobre del 1965 legandosi ai destini degli uomini ai quali la Chiesa non può essere estranea. Ha significato portare avanti il dialogo con le altre religioni e considerarle al servizio della fraternità e della pace.

Ha significato firmare il documento di Abu Dhabi con il leader sunnita di Al-Azhar: “Non c’è alternativa: o costruiremo insieme l’avvenire o non ci sarà futuro. Le religioni, in particolare, non possono rinunciare al compito urgente di costruire ponti fra i popoli e le culture. È giunto il tempo in cui le religioni devono spendersi più attivamente, con coraggio e audacia, senza infingimenti, per aiutare la famiglia umana a maturare la capacità di riconciliazione, la visione di speranza e gli itinerari concreti di pace”.

Una ri-fondazione culturale che comprende il disegno della fraternità non come strumento o auspicio, ma come opera da applicare ai rapporti internazionali, per superare i mali e le ombre di un mondo volto a implodere. Una cultura, certo: l’immagine è quella di un sapere del quale vengono sviluppati il metodo e l’obiettivo, per il quale il metodo è il dialogo e l’obiettivo è il perseguire il bene comune.

Quella che già nella sua enciclica sociale Caritas in veritate Benedetto XVI aveva indicato come “l’ideale cristiano di un’unica famiglia dei popoli, solidale nella comune fraternità” ed è presente nella prima lettera dell’apostolo Pietro: “Cristo ci invita alla fratellanza universale”. Fraternità che affonda le sue radici nel Vangelo di Gesù Cristo come scrive in Fratelli tutti.

“Altri bevono ad altre fonti – afferma Francesco – per noi, questa sorgente di dignità umana e di fraternità sta nel Vangelo di Gesù Cristo”. Dal Concilio al Vangelo, dunque. E il fatto che a dieci anni dall’inizio del suo ministero, Papa Francesco debba ancora ribadire come le sue peregrinationes “non sono un capriccio, sono la linea che il Concilio ha insegnato” la dice lunga su quanto ancora ci sia bisogno di insistere affinché si comprenda quali sono le vie d’uscita in un mondo travolto dai conflitti, cos’è la Chiesa e qual è la sua missione nel solco della tradizione.

(Articolo pubblicato nel numero di febbraio della rivista Formiche)

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Di Stefania Falasca

La fraternità perseguita da Francesco affonda le sue radici nel Vangelo di Gesù Cristo come scrive in Fratelli tutti. Il fatto che a dieci anni dall’inizio del suo ministero, papa Francesco debba ancora ribadire come le sue peregrinationes “non sono un capriccio”, ma “sono la linea che il Concilio ha insegnato” la dice lunga su quanto ancora ci sia bisogno di insistere su quale è la missione della Chiesa. Il commento di Stefania Falasca, giornalista di Avvenire

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