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Domenica prossima si voterà nelle prime due regioni italiane, la Lombardia, che conta quasi 10 milioni di abitanti, e il Lazio che è sui 5,7.

C’è dentro la capitale politica e sentimentale d’Italia e quella economico-finanziaria, con primati demografici rovesciati: Roma, 2,7 milioni di abitanti e Milano con 1,3. Il menù si completa con un bel bouquet di città medie che rinnoveranno i municipi: da Brescia a Vicenza, da Udine ad Imperia, da Pisa a Siena, da Ancona a Brindisi, da Catania a Siracusa a più di una mezza dozzina ancora.

Ce ne sarebbe abbastanza per un test sullo stato di salute del governo e delle opposizioni, anche se sondaggi ed evidenza delle condizioni sanitarie del Pd, principale “minoranza”, racconterebbero di un esito ineluttabile, che risolverebbe il giro elettorale in una specie di spottone per la Meloni e il suo governo.

Probabilmente le cose non andranno diversamente ma tenderemmo a tenere sott’occhio il livello della partecipazione al voto. Per quanto non esista una soglia formale di partecipazione per validare le elezioni amministrative, che peraltro hanno fatto registrare da sempre un livello di presenze alle urne più basso di quello delle politiche, se il trend dell’astensionismo elettorale dovesse confermarsi o, addirittura, denunciare valori ancora più alti, il problema della legittimazione politica di amministrazioni locali portate al governo da minoranze di cittadini, comincerebbe ad essere serio. D’altro canto non ci pare che questa campagna elettorale abbia avuto la capacità di allargare l’area degli interessati oltre il confine del ceto politico coinvolto direttamente.

La platea elettorale appare, invece, stanca, disincantata, apatica, convinta che si stia consumando un rito vecchio e poco appassionante, senza aspettative particolari dalla politica. E parliamo del popolo dei votanti, formato da adulti dai 35 anni alla terza età, perchè i giovani dai 18 ai 34 ormai a votare non ci vanno più: nelle elezioni politiche di settembre 2022 si calcola che la percentuale di votanti in questo segmento demografico sia stata intorno al 7/8%. Dunque la mobilitazione al voto è affidata praticamente soltanto alla capacità di penetrazione dei candidati. Una faccenda di ceto politico, appunto. I contenuti di questa campagna elettorale? Non pervenuti, a parte la polemica sull’autonomia differenziata del mefistofelico Calderoli.

Sulla bozza Calderoli del disegno autonomista si è detto e scritto parecchio, facendo sventolare bandiere identitarie, e vessilli antagonistici sulle due sponde. Vale solo la pena di ricordare che il lungo catalogo delle “materie di legislazione concorrente” tra Stato e Regioni, è scolpito nella Costituzione, nell’articolo 117, voluto dal centrosinistra nella stagione dell’innamoramento federalista (2001) e la previsione di “condizioni particolari di autonomia” è esplicitamente indicata nell’art.116, risalente alla stessa riforma. Per cui è pur vero che l’impasto calderoliano può presentarsi come una forma traversa di secessione delle regioni ricche, ma qualche volta ricordiamoci pure che giocando a rifare la Costituzione come fosse un regolamento condominiale, può accadere che si predisponga il terreno per una eterogenesi dei fini che rivolta tutto contro. Come diceva quel vecchio spot che faceva la reclame ad una birra bionda: “Meditate, gente, meditate!”

Phisikk du role - Regionali 2023, solo una faccenda di ceto politico

Se il trend dell’astensionismo elettorale dovesse confermarsi o, addirittura, denunciare valori ancora più alti delle politiche, il problema della legittimazione politica di amministrazioni locali portate al governo da minoranze di cittadini, comincerebbe ad essere serio. D’altro canto questa campagna elettorale non sembra abbia avuto la capacità di allargare l’area degli interessati oltre il confine del ceto politico coinvolto direttamente… La rubrica di Pino Pisicchio

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