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L’inflazione fa tremare la politica negli Stati Uniti, perché viaggia ad un tasso annuo del 6,2%: in Congresso anche parlamentari “dem” accusano il programma d’investimenti della Casa Bianca di essere eccessivamente espansionista. Fa tremare ancora di più in Turchia dove è giunta al tasso annuo del 19,9% ed in Argentina ormai ad un tasso annuo del 52,5%.

Il vostro chroniquer ha promesso ai suoi quattro lettori di tenere questo indicatore sott’occhio perché potrà portare a mutamenti di politica di bilancio e della moneta. Con l’inizio dell’esame al Senato del disegno di legge di Bilancio, è venuto il momento di approfondire il tema. Anche in quanto, la politica della moneta è condotta dalla Banca centrale europea (Bce) e la leva principale che ha il governo è la politica di bilancio. Ha anche quella della politica della concorrenza ma pare voglia usarla con prudenza mista a timidezza quando ha a che fare con gestori di stabilimenti balneari e con tassisti – due “focolai”, per utilizzare un termine che va di moda, di inflazione.

Nell’Unione europea – ci ha rassicurato recentemente Eurostat – il tasso d’inflazione è notevolmente inferiore a quello calcolato dal Bureau of Labour Statistics per gli Stati Uniti; all’ultima conta il “tasso armonizzato” per l’unione monetaria è il 4,1% l’anno (quindi, ben due punti percentuali meno di quella computata per gli USA). Paul Krugman ha comparato di recente l’andamento dei tassi d’inflazione negli Stati Uniti e nell’unione monetaria ed ha concluso che da circa sei anni l’inflazione negli USA supera quella in Europa di un punto percentuale l’anno. Conclusione irreprensibile. Discutibile, invece attribuire la più bassa inflazione europea al “peso” della Repubblica Federale Tedesca nell’unione europea ed a politiche influenzata ancora dal ricordo della grande inflazione del 1925-30 che portò i nazionalsocialisti al potere. All’ultima conta, il tasso d’inflazione in Germania è il 4,6% l’anno molto più alto ad esempio di quelli di Francia (2,9%), Italia (2,9%), e della stessa Grecia (3,4%). Lo supera, tra i grandi Paesi dell’unione monetaria, solo la Spagna (5,5%).

Se si guarda all’inflazione di base, ossia in termini tecnici alla “core inflation” in cui i prezzi degli alimentare e dell’energia (altamente volatili) sono tolti dal calcolo dell’indice- i differenziali permangono.

Cosa concludere? Da un lato, il differenziale tra Usa ed unione monetaria europea prima della pandemia si spiega in parte con una politica monetaria e di bilancio meno espansiva di quella americana per assicurare stabilità finanziaria nell’area dell’euro dopo la doppia crisi del 2008-2009 e del 2011-2013; negli Stati Uniti – ricordiamolo c’è stata solo la prima.

Da un altro, le differenze tra i Paesi dell’Unione monetaria europea sono determinate da caratteristiche nazionali.

Tuttavia, è chiaro che l’inflazione sta crescendo in tutto il mondo. È fenomeno di breve durata connesso con la ripresa od una “brutta bestia” per domare la quale si dovranno utilizzare tutti gli attrezzi che la politica economica ci ha dato? Ancora presto per rispondere esaurientemente a questa domanda.

L'inflazione e le sue differenze. L'analisi di Pennisi

È chiaro che l’inflazione sta crescendo in tutto il mondo. È fenomeno di breve durata connesso con la ripresa od una “brutta bestia” per domare la quale si dovranno utilizzare tutti gli attrezzi che la politica economica ci ha dato? Ancora presto per rispondere esaurientemente a questa domanda

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