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Tra le regole auree del ricercatore spicca quella del non farsi trascinare nel commento del quotidiano; esercizio pericoloso che espone ad evidenti rischi – primo tra tutti quello di essere smentito nel breve – da cui egli, con la scusa di non (saper) essere un giornalista, si sottrae volentieri.

Eppure, eccoci qui a scrivere a caldo dell’annuncio di Mosca di avere scoperto quello che sembra essere (il condizionale è d’obbligo) il primo vaccino in assoluto contro il Covid-19.

Con lo spirito di chi cerca scuse razionali per convincersi di scelte in realtà emozionali, giustificheremo questa nostra discesa forse prematura sul tema dicendo che lo consideriamo l’epilogo di una storia iniziata mesi orsono, con l’esplosione della pandemia e l’arrivo dei militari russi in Italia, piuttosto che argomento nuovo dai contorni ancora poco chiari.

Nulla possiamo dire sulla efficacia reale del vaccino dal punto di vista medico, su cui come è ovvio la comunità scientifica, per bocca della rivista “Nature”, si è già espressa con grande cautela.

In ogni caso, abbiamo oramai imparato che quella dei virologi è tutt’altro che una scienza esatta.

Il fatto che Vladimir Putin – consapevole del proprio carisma da “silent man” (in questa fase maggiore a livello internazionale che interno) – si sia così esposto in prima persona annunciando la scoperta e addirittura sottolineando che il vaccino è stato sperimentato su una delle sue due figlie, fa tuttavia presupporre che la notizia abbia un suo fondamento e non sia una semplice esagerazione dell’informazione di agosto.

Inoltre, altri elementi sembrano confermare che potremmo essere in presenza di una qualche scoperta di rilievo.

In primo luogo, la storia ci dice che la Russia ha una forte tradizione di grandi traguardi scientifici ottenuti seguendo uno schema rigidamente autarchico, sia per motivi politici interni (rafforzare il prestigio dell’Impero agli occhi della opinione pubblica) che esterni (resistere all’ isolamento che ne ha contraddistinto decenni di relazioni internazionali).

Gran parte della ricerca russa è da tempo rigidamente auto-referenziale, con pochi contatti con l’esterno – anche perché coinvolge attivamente il settore Difesa, che spesso è il primo traino allo sviluppo di nuove tecnologie che, prima di approdare al civile, passano per un’ampia applicazione militare.

È un tipo di ricerca che proprio per questo taglio statalista e militare – va detto – si pone come obiettivo assoluto il raggiungimento del fine che si è posto, senza badare ai costi (non vi è ricaduta commerciale) o andare per il sottile quando si tratta di studiare gli effetti collaterali, anche se gravi.

Ad esempio, chiunque abbia vissuto in Russia sa che, all’arrivo di improvvise indisposizioni stagionali più o meno serie, vengono proposti efficaci rimedi farmacologici locali introvabili all’estero che sembrano fatti apposta per “rimettere in piedi il soldato”, costi quel che costi. Funzionano nell’oggi, con conseguenze spesso sconosciute nel domani.

Se è normale che il primo comunicato stampa sul nuovo vaccino sia stato del ministero della Salute – pare che il ministero della Difesa abbia avuto un ruolo determinante nella sua definizione sperimentale iniziale su cui però è probabile verrà mantenuto uno stretto riserbo, da segreto militare.

Ed è difficile non collegare questa vicenda alla esperienza sul campo che il contingente russo altamente specializzato in guerra bio-chimica ha maturato durante la campagna degli aiuti nella Fase 1 a Bergamo e Brescia; grazie alla possibilità che ha avuto di raccolta diretta di prima mano di sequenze virali, pare inedite.

Qualunque cosa i russi abbiano scoperto, hanno di certo fatto tesoro di questa importante esperienza di intelligence sanitaria sul campo in quello che è stato il primo vero scenario pandemico accessibile fuori dalla Cina.

Inoltre, sorprende che l’annuncio di Mosca sia caduto non in prossimità di un appuntamento politico importante (solo un mese fa si è svolto il referendum per la nuova Costituzione), quasi a volere fugare il sospetto che il risultato sia stato ispirato – e quindi esagerato – da una tempistica istituzionale.

Infine, il nome scelto dai Russi per il vaccino – Sputnik, il primo satellite umano ad entrare in orbita –  è una sorta di simbolo sacro del positivismo tecnologico (maturato soprattutto nel campo aerospaziale) che tanto ha marcato lo spirito identitario russo nel periodo sovietico e che è sopravvissuto ai giorni nostri.

È difficile che un nome del genere (al pari di Gagarin, Pobeda, Zvezda etc.) usato in passato per celebrare grandi ricorrenze o monumenti,  venga “bruciato” agli occhi dell’opinione pubblica interna per battezzare qualcosa che non abbia una qualche credibilità.

Vorrebbe dire esporsi ad un back-fire di contraccolpo negativo che porterebbe discredito ad altri simboli simili che rappresentano le fondamenta della legittimità del Cremlino (come ad esempio accadde 20 anni fa per il disastro del sommergibile Kursk – amplificato anche dal nome dello stesso, evocativo di una epica vittoria sovietica contro i nazisti).

La considerazione finale riguarda l’impatto dirompente che questa notizia avrà sul contesto geo-politico mondiale e di cui stiamo già osservando i primi risultati.

Il fatto che l’annuncio della scoperta provenga da Mosca lo ha già trasformato in un elemento divisivo a livello internazionale che riprodurrà i due classici schieramenti contrapposti tra chi plaude al risultato in chiave filo-russa e chi invece ne fa oggetto di critica politica al Cremlino.

La corsa al vaccino è da subito sembrata la vera competizione che si è scatenata a livello planetario, appena il Covid ha fatto la sua comparsa. A questa competizione (non ancora finita) partecipano soggetti privati-commerciali e pubblici-statuali.

Se per i primi l’arrivo al traguardo significa profitti stratosferici, peraltro in un contesto politico-sociale più favorevole (i no-vax sono uno dei movimenti usciti più indeboliti dalla epifania del Covid);  per i secondi equivale all’ottenimento di un asset strategico che alcuni hanno paragonato – forse esagerando – all’ordigno nucleare nel secondo dopoguerra mondiale.

Se l’efficacia del vaccino russo fosse confermata, è presumibile che osserveremmo una serie di impatti a catena sulle relazioni internazionali che sarebbe troppo lungo elencare qui.

Di sicuro porterebbero al rimescolamento delle alleanze a livello mondiale; all’indebolimento ulteriore del livello multilaterale rispetto a quello bilaterale e ad un’ impatto su importanti questioni (vedi sanzioni e prezzo del greggio) o scenari aperti (su tutti Ucraina e Medio Oriente) di vitale importanza per il Cremlino.

Per non dire – scivolando nella fantapolitica – dell’impatto che potrebbe avere sulla competizione elettorale americana un accordo di uno dei due candidati con Mosca per una fornitura preferenziale di massa del vaccino agli Usa.

Ma – questo sì – è argomento prematuro dal quale il ricercatore si sfila con piacere, lasciandolo al giornalista.

Da Bergamo a Mosca, se il vaccino Sputnik parla anche italiano. Scrive Pellicciari

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