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Nelle ore convulse in cui Israele, Stati Uniti ed Iran concordavano il cessate il fuoco che determinava la fine – o la sospensione? – della cosiddetta “Guerra dei 12 Giorni”, Tucker Carlson, noto opinionista e podcaster conservatore, ospitava in una puntata della sua trasmissione Marjorie Taylor Greene, pasionaria repubblicana interprete della corrente più isolazionista del movimento Maga o, secondo la lettura che lei stessa fornisce, dello spirito più puro che lo anima e che rifugge le contaminazioni e le imposture di chi si professa trumpiano ma nella sostanza tradisce posizioni neocon.

L’occasione è stata propizia anche per commentare l’altro fatto politico degno di nota in quei giorni, vale a dire la vittoria nelle primarie democratiche per la corsa a sindaco di New York di Zohran Mamdani, giovane musulmano sciita che ha superato i concorrenti proponendo una piattaforma economica improntata ad un forte intervento pubblico sull’economia e una di politica estera caratterizzata dal radicale disimpegno degli Stati Uniti da qualsiasi teatro di crisi che dovesse aprirsi nel resto del mondo, in primis nel Medio Oriente.

“Ha detto la cosa giusta!” ha esclamato Carlson, con Taylor Greene a sorridere consenziente, commentando una tribuna elettorale di qualche giorno prima in cui, alla domanda dell’intervistatrice su quale Paese estero avrebbero visitato i candidati dopo l’eventuale elezione, Mamdani aveva risposto: “Rimarrò a New York City”, diversamente dagli altri, incluso il principale rivale Andrew Cuomo, che avevano risposto “Israele”.

Certo, non si tratta di un endorsement – Mamdani è stato più volte definito “crazy socialist” dai due – ma l’identità di vedute su un tema così decisivo qual è quello della postura da tenere sul piano geopolitico testimonia del fatto che la vera linea di faglia è disegnata non lungo l’appartenenza aprioristica ad una parte politica piuttosto che ad un’altra, bensì lungo il modo che si ha di intendere il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Su questo le occasioni di incontro, di azione politica comune e di dialogo affettuoso – negli stessi giorni Bernie Sanders è stato ospite di Joe Rogan, altro popolarissimo podcaster della galassia conservatrice – si moltiplicano.

Lo stesso operato di Donald Trump, lontano dall’essere quel decisore ultimo, inappellabile e dispotico, che viene raffigurato comunemente nella pubblicistica, è in realtà quotidianamente percorso da tali spinte contrapposte e trasversali agli schieramenti che lo inducono sovente all’erraticità. Così, l’intervento dei bombardieri strategici contro gli impianti nucleari dell’Iran fu in realtà preceduto da una pace separata con gli Houthi, dalla liberazione – peraltro senza la consueta macabra coreografia – dell’ostaggio di origine americana Edan Alexander, dai frequenti rimbrotti via social network allo stesso Benjamin Netanyahu e dalla rottura del tabù del dialogo diretto con Hamas, peraltro propiziato dal consuocero di Trump, Massad Boulos.

Sono queste dinamiche, oltre naturalmente allo studio delle capacità militari della controparte, che le potenze rivali degli Stati Uniti prima di tutto osservano quando si tratta di assumere decisioni strategiche nel rapporto con questi ultimi, proprio perché determinano e a loro volta sono influenzate dagli andamenti di lungo termine della Storia. Non deve sorprendere, quindi, che il presidente russo Putin, commentando la Guerra dei 12 Giorni mentre era ancora in corso, abbia reso nota l’esistenza di un accordo con Gerusalemme in forza del quale l’impianto nucleare di Bushehr, costruito da Rosatom e gestito da ingegneri russi, non doveva essere bombardato, quasi a sottolinearne l’importanza strategica maggiore rispetto alle altre installazioni e ad indicare di essere stato informato – e di aver condiviso i termini? – dell’attacco del 13 giugno, quando senz’altro una parte degli apparati e della leadership politica americana era stata colta di sorpresa. Del resto – si ragiona a Mosca – non erano stati gli Stati Uniti a impostare l’accordo sul nucleare iraniano su base bilaterale? Soprattutto, però, andava colta senza indugio l’occasione di allargare il solco tra l’universo isolazionista e quello più interventista d’Oltreoceano, provocando lacerazioni a livello sia politico che di dibattito pubblico e confidando di colmare in futuro il vuoto lasciato dal ripiegamento americano.

Nonostante un bizzarro tweet dell’8 ottobre 2023 in cui attribuiva le responsabilità di quanto accaduto il giorno prima interamente a Israele, Mamdani ha raccolto il voto anche di una minoranza di giovani ebrei delle Grande Mela. È un fatto che deve stupire? Non la pensa così Ron Dermer, ebreo americano di Miami Beach già ambasciatore di Gerusalemme a Washington e ora Consigliere per gli Affari Strategici del governo Netanyahu, che già da anni mette in guardia sul declinante sostegno da parte degli ebrei americani a Israele con conseguente maggior affidamento da parte di quest’ultimo sul ben più nutrito universo evangelico.

Ed è lo stesso capo stratega dello Stato ebraico a delineare, in una conversazione con Mark Levin, a sua volta protagonista di uno scontro mediatico furioso con Tucker Carlson su questi temi, i tratti essenziali del nuovo rapporto tra Israele e Stati Uniti a valle della Guerra dei 12 Giorni, basati sull’elevazione di Israele a caposaldo securitario e strategico della regione come conseguenza della strabiliante prova di forza militare e di intelligence messa in campo contro Teheran e sulla possibilità da parte di Washington di concentrarsi su quadranti ritenuti più strategici. Proprio per non dipendere eccessivamente – è il non detto di Dermer – da una comunità ebraica americana attratta dalle sirene dell’isolazionismo. Proprio per assurgere definitivamente al ruolo di potenza regionale. Proprio per avere la libertà di coordinarsi sul piano tattico, ove necessario, con potenze rivali degli Stati Uniti come la Russia.

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