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A distanza di qualche giorno dall’annuncio del vertice di Turnberry, è ormai chiaro che nell’accordo sui dazi tra Trump e von der Leyen non c’è nulla di definito, se non una certezza: l’introduzione di un dazio del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti, laddove prima non c’era.

Un accordo che Trump considera definitivo, ma l’Europa non riesce nemmeno a spiegare 

Si parla di un “framework”, di una cornice preliminare, ma non esiste alcun testo scritto vincolante, nessun dettaglio operativo e – fatto ancora più grave – nessuna visione condivisa tra le parti. Trump ha dichiarato che l’intesa è definitiva, vincolante e destinata a riequilibrare il commercio con l’Europa. Von der Leyen ha invece parlato di un punto di partenza, non di arrivo, che lascerà spazio ad altri negoziati settoriali. Due versioni completamente diverse dello stesso incontro.

E soprattutto: può la Commissione Europea impegnare i Paesi membri su decisioni strategiche, come l’acquisto di 250 miliardi di dollari in tre anni di energia americana, se non ha il potere, né giuridico né operativo, per farlo? Gli Stati membri, e ancor più le imprese energetiche private, non sono obbligati a rispettare promesse non votate né formalizzate, soprattutto in presenza di contratti già in essere con fornitori diversi.

Il rischio è concreto: gli Usa potrebbero accusare l’Ue di non mantenere gli impegni, rimettere tutto in discussione e usare questo pretesto per alzare ancora i dazi. Intanto, l’unico punto già operativo è quello che ci penalizza: i dazi li abbiamo presi subito, mentre i presunti benefici restano futuri, incerti e forse irrealizzabili.

L’accordo preso incentiva la disunione europea

A peggiorare le cose, l’accordo amplifica le disparità tra Paesi europei: Germania e Italia sono tra i più colpiti, mentre la Francia beneficia di esenzioni su settori strategici come l’aerospazio. Il Regno Unito, negoziando da solo, ha ottenuto dazi più bassi: un messaggio pericoloso, che suggerisce che la disunione può pagare.

E mentre gli Usa rivendicano persino impegni europei mai confermati – come la rinuncia alla web tax – da Bruxelles arriva solo silenzio. Nessuno, in Europa, si dice soddisfatto. Ma nessuno ha davvero provato a costruire un’alternativa. L’Europa ha scelto di contenere il danno, rinunciando a esercitare pressione, a lanciare contromisure, o anche solo a stringere un’alleanza con altri attori globali per chiedere il rispetto delle regole internazionali.

Insomma, lo chiamano accordo. Ma ha l’aspetto di una resa diplomatica, che consegna all’America vantaggi strutturali e lascia l’Europa più debole, più divisa, e senza voce.

Serve una svolta politica: non subire, ma agire

Se questo “accordo” ci rende più divisi e vulnerabili, la risposta non può essere il silenzio. È il momento di costruire un’alleanza vera tra i Paesi europei più esposti, a partire da Italia, Germania, Spagna e Paesi Bassi, per esigere un riequilibrio. Ma non basta. L’Europa dovrebbe aprire un dialogo strategico con le altre grandi economie colpite dal protezionismo americano – come India, Asean o Canada – e rilanciare una battaglia comune per il rispetto delle regole internazionali.

Non si tratta di unire le forze per fare la guerra dei dazi, ma di ristabilire regole certe in un mondo dove l’unilateralismo sta diventando la norma. In questo contesto l’Italia non può continuare a restare passiva, ma deve ritrovare coraggio politico, diplomazia economica e capacità di iniziativa.

Perché non c’è alcuna sovranità possibile senza voce, senza visione e senza una vera politica estera europea.

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