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È un anno cruciale per l’Albania, membro della Nato dal 2009, che nel maggio prossimo (in concomitanza con il rinnovo del Parlamento europeo) dovrebbe avviare i negoziati di adesione all’Ue. Ma a minare la stabilità interna, ecco la protesta popolare e delle opposizioni che, così come accaduto nell’ultimo triennio in altre piazze sensibili del costone balcanico, come Romania e Serbia, chiedono le dimissioni del governo agitando lo spettro della corruzione.

Ma come si intrecciano le pulsioni dei manifestanti con dossier altamente significativi, come investimenti, energia e geopolitica?

QUI TIRANA

La lotta alla corruzione e alla criminalità organizzata sono alcune delle principali priorità dell’Ue per l’Albania, e al contempo rappresentano uno scoglio non da poco. Un picco di proteste si era già registrato lo scorso maggio, quando i manifestanti albanesi in tandem con il Partito democratico di Tirana protestarono contro il governo con un cartello che recitava: “Down with Crime Pashas”.

In questi giorni invece lo slogan scelto è stato tutto concentrato sulle allusioni alla collusione tra politica e trafficanti di stupefacenti, con lo scandalo che lo scorso anno aveva lambito il governo (con l’arresto del fratello di un ministro per traffico di stupefacenti).

Ma al di là degli aspetti giudiziari, nelle ultime settimane si sta intensificando una doppia strategia politica nel paese: per ogni comizio che tiene il premier socialista Edi Rama in villaggi e province, eccone un altro da parte del leader dell’opposizione Lulzim Basha.

Si tratta, secondo alcune ricostruzioni, di proteste pianificate e scaglionate con un preciso cronoprogramma: lo ha detto lo stesso Basha incontrando i suoi sostenitori per tutto il mese di gennaio ed esortandoli a prendere parte alle manifestazioni di piazza. “Dovremmo unirci questo sabato per le strade di Tirana in un grande referendum popolare che metterà fine a questo governo di delinquenti”, ha detto qualche giorno fa visitando una cittadina nel nord del Paese. Nelle stesse ore Rama si trovava nella medesima provincia, dove prometteva (così come sta facendo in tutte le sue visite) nuovi investimenti in infrastrutture (in alcuni siti non c’è l’accesso continuo all’acqua) e in strutture sportive per i più giovani.

CHI PAGA?

Il nodo però verte chi dovrà foraggiare quegli interventi strutturali. Secondo un report diffuso nei giorni scorsi a Monaco di Baviera, i cinesi, che hanno intrapreso con il progetto Belt and Road una massiccia stagione di infrastrutturazione in molti Paesi balcanici, avrebbero evitato intenzionalmente l’Albania, forse scoraggiati dall’instabilità politica o fuorviati dalla controversa situazione anche sociale che si registra, con le note pulsioni in Kosovo e Fyrom.

Spunto positivo viene dall’oriente. In primis da Ankara: il nuovo aeroporto internaziamle di Valona sarà costruto da un consorzio turco. E in secundis dalla sudcoreana Yura Tech, uno dei maggiori produttori mondiali di componenti per veicoli elettrici, che dovrebbe investire 6,5 milioni di euro in un nuovo impianto (per 600 posti di lavoro), ma solo dopo il 2019. E quindi dopo che l’Ue avrà deciso cosa fare dell’Albania, se valutare positivamente i progressi in chiave-adesione oppure se ritenere la corruzione, l’alto traffico di stupefacenti e l’arretratezza strutturale del paese tre scogli insormontabili.

BUCO NERO

Il governo Rama ha recentemente avviato un progetto di legge per una nuova istituzione finanziaria, la Albanian Investment Corporation (Atrako). I poteri di questa istituzione di impegnarsi in schemi finanziari “innovativi” secondo alcuni analisti potrebbero però andare ben oltre quelli previsti dalla legge sul partenariato pubblico-privato (il cosiddetto Ppp), in quanto quest’ultima è una sorta di concessione parificata e forme di debito pubblico nascoste.

Sul punto si registra un richiamo a Tirana da parte del Fondo Monetario Internazionale, che valuta il Ppp non come uno strumento per creare beneficio al Paese ma come un moltiplicatore di nuovi indebitamenti, perché, ha scritto l’istituzione guidata da Christine Lagarde, “lo stato albanese non aveva la capacità di valutare e gestire i rischi posti da questi contratti”.

Insomma un possibile nuovo caso-Grecia, con contratti e appalti scritti sulla sabbia e dalle conseguenze altamente incerte per tutti i soggetti coinvolti.

In un tale contesto di instabilità finanziaria, la contingenza della piazza che manifesta è una fisiologica conseguenza, dove le proteste popolari (alcune foraggiate ovviamente dagli oppositori all’allargamento Ue), così come in Romania, Serbia, sottolineano le deficienze degli attuali governi.

twitter@FDepalo

 

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