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Da giallo, a intrigo internazionale e adesso brutta gatta da pelare per il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. La conferma ufficiale arriverà a ore, insieme con le dichiarazioni di rito, ma è ormai quasi certo che Jamal Khashoggi, giornalista saudita, collaboratore del Washington Post, vicino ai Fratelli Musulmani e fiero oppositore del principe ereditario Mohammed bin Salman, sia stato ucciso a Istanbul martedì scorso, per giunta nella sede del Consolato generale saudita.

Khashoggi doveva ritirare alcuni documenti per celebrare il suo secondo matrimonio in Turchia. L’attuale compagna, infatti, è di Istanbul e per questo la megalopoli sul Bosforo era diventata i qualche modo la sua seconda casa dopo Washington, dove era scappato nel settembre 2017, temendo ripercussioni da parte del regime saudita a causa delle sue denunce.

A pensare male si fa peccato, ma il più delle volte ci si prende. E qui tutto fa pensare che Riad abbia deciso di fare a Istanbul quello che negli Stati Uniti gli sarebbe risultato molto più rischioso, traendone anche un grande vantaggio: mettere Erdogan in difficoltà. Ma andiamo con ordine.

Khashoggi era andato al Consolato già la settimana prima, ma gli avevano detto di ripresentarsi. Cosa che ha fatto martedì con la sua fidanzata, che è stata lasciata fuori, mentre il giornalista ha dovuto depositare il cellulare all’ingresso, procedura prevista da molte sedi diplomatiche. Doveva essere una cosa di pochi minuti, ma il reporter da quella porta non è mai più uscito.

Alla donna non è rimasto altro che chiamare la polizia, che ha avviato un’inchiesta. Gli usa e il Washington Post hanno fatto sapere di monitorare da vicino la situazione. Ankara ha accusato Riad di avere ucciso Khashoggi nel consolato e poi di avere spostato il corpo altrove. Dal regno saudita è arrivata non solo la smentita, ma anche la disponibilità a fare perquisire il Consolato generale di Istanbul già oggi. Sempre oggi arriverà la dichiarazione ufficiale della Turchia, che però è già in parte trapelata in nottata. L’accusa di Ankara è pesante: omicidio premeditato e occultamento di cadavere.

Ma la notizia peggiore, per Erdogan, è un’altra. Con questo omicidio sembra proprio che il temibile e potente Mohammed bin Salman abbia voluto fargli pagare una serie di sgarri che proprio a Riad non sono andati giù e che riguardano in parte la politica estera sempre più esuberante della Turchia.

Il primo è un problema atavico e riguarda le posizioni sulla Fratellanza Musulmana, alla quale Erdogan è legato a doppio filo e che invece Riad considera un’organizzazione terroristica. Il secondo è il tentativo, a posteriori davvero maldestro, da parte della Turchia di scalzare l’Egitto dal ruolo di player regionale durante e subito dopo le primavere arabe. Il terzo è l’entrata a gamba tesa da parte della Turchia a difesa del Qatar, anche questo pro Fratellanza Musulmana, e il tuo tentativo, pure questo maldestro, di spaccare il blocco saudita. C’è poi la madre di tutte le future battaglie, ossia il passaggio di Ankara nella cordata formata da Russia e Iran, come noto campione dell’islam sciita.

Erdogan deve anche stare attento come si muove perché con gli Stati Uniti i rapporti sono molto tesi per tanti motivi e queste tensioni hanno avuto ripercussioni gravi sulla tenuta dell’economia nazionale e sulla stabilità valutaria. L’amministrazione Trump, a cui Erdogan non va molto a genio, potrebbe usare l’omicidio di un giornalista che negli Usa aveva cercato riparo per mettere sotto stress ancora maggiore Ankara.

Una Turchia che, in questa situazione, non ha colpe. È chiaro che l’omicidio Khasshoggi è un affare interamente saudita. Ma chi ha architettato l’omicidio deve avere pensato che uccidere un giornalista scomodo in un Paese che va rimesso in riga equivaleva a prendere due piccioni con una fava.

Erdogan quindi rischia di pagare cara la sua esuberanza. L’Occidente e chi se ne occupa potrebbe usare questo fatto di cronaca per capire che in Medioriente è in corso da tempo uno scontro fra frazioni, dove gli equilibri cambiano di continuo e dove l’appartenenza religiosa sulla quale si è abituati a ragionare, ossia i blocchi sunnita e sciita, sono solo la punta dell’iceberg di ramificazioni ben più complesse.

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