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Il governo è in piena luna di miele, Lega e M5S nei sondaggi hanno il consenso del 60% dei potenziali elettori, Salvini è il leader politico indiscusso del momento, celebrato addirittura da una copertina del Time. Dice il proverbio, quando sei incudine statti, quando sei martello batti. Il martello, usando una metafora politica, è la capacità di incidere sull’opinione pubblica, costruendo cornici di senso e determinando l’agenda comunicativa.

La maggioranza gialloverde, in questo momento, è un martello che batte incessantemente, aiutato anche dai ‘competenti’ italiani ed europei, che continuano a fornire assist su assist alla narrazione iperpopulista di élite vs popolo, palazzo vs gente, tecnocrazia vs voto popolare. Tutto questo è inevitabile? È ineluttabile? Ovviamente no, anzi i crolli di consenso che hanno subito in questi anni i governi nelle democrazie liberali ci spinge a credere che anche questa volta le cose cambieranno rapidamente. Le aspettative tradite, un peggioramento delle condizioni sociali ed economiche dei ceti che hanno guardato con simpatia ai gialloverdi, l’occupazione eccessiva di Salvini di tutti gli spazi mediatici: ognuno di questi fattori può far finire bruscamente la luna di miele con l’opinione pubblica.

Intanto cosa dovrebbe fare l’opposizione, ovvero il Pd? Partiamo da cosa non dovrebbe fare. Se la percezione delle persone comuni è stata quella di un partito completamente slegato dal Paese reale, si dovrebbero evitare discussioni politiciste e autoreferenziali. Prendiamo ad esempio le parole di Orfini, non l’ultimo degli iscritti ma presidente del partito: ‘sciogliamo il Pd e rifondiamolo’. Cosa avrà capito l’uomo della strada? E soprattutto cosa deve pensare un iscritto militante? Se neanche il gruppo dirigente del Pd crede nel futuro del Pd, quale fiducia può riporre in esso l’elettore potenziale democratico? Davvero qualcuno pensa che il tema sia un re-branding del nome, senza che vengano riaggiornate le sfide, le visioni, la libreria valoriale della sinistra e dei progressisti? E bisogna cambiare partito o il partito, serve un nuovo nome o facce nuove? Ovviamente tutto questo non si risolve con una cena a quattro, anzi cresce addirittura la percezione negativa che le sorti del Pd e dell’opposizione siano nelle mani di alcuni, il cui unico problema sia quello di mettersi d’accordo.

D’altronde Paolo Gentiloni, uno degli invitati di Calenda, ha risposto nel modo migliore: ‘se qualcuno pensa che i problemi del Pd si risolvono perché alcune persone si vedono a cena, forse non ha esattamente chiaro cosa sia il Partito Democratico’. E per concludere la carrellata di autoreferenzialità, stamattina Casini su Repubblica suggerisce di costruire per le europee un ampio fronte da Forza Italia a Leu passando per il Pd, un indistinto ideologico, fuori dalle dinamiche in atto in Europa e nel mondo, tenuto insieme solo come forma di resistenza al cosiddetto sovranismo ma distante e contraddittorio su tutto il resto. Davvero sarebbe lo schema migliore per permettere a Salvini e Di Maio di polarizzare ancora di più e di far crescere il loro consenso.

Allora cosa serve al Pd? Serve il congresso, ma serve farlo con l’umiltà e il sacrificio che Maurizio Martina ha mostrato in questi mesi. Con la pazienza dell’ascolto. Con la voglia di riconoscere gli errori. Di cambiare radicalmente le cose che non hanno funzionato. Di comprendere finalmente cosa è successo il 4 marzo, ma anche il 4 dicembre di due anni fa, senza alibi, senza sconti, senza battute. Non serve un nuovo Pd, serve semplicemente un Pd nuovo.

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Non serve un nuovo Pd, ma un Pd nuovo. Ecco come

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