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Mentre l’Italia fatica a trovare la quadra sul governo, a Bruxelles prosegue la partita per la Difesa europea, un match dal quale non possiamo permetterci di restare esclusi. È nel pieno della negoziazione il Programma europeo di sviluppo dell’industria della Difesa (Edidp), del valore di 500 milioni di euro per il biennio 2019-2020. Si tratta dell’embrione del Fondo europeo per la difesa (Edf) che potrebbe arrivare a una dotazione ben più allettante: 13 miliardi di euro nei prossimi sette anni. La proposta di regolamento per l’istituzione dell’Edidp è stata presentata a giugno dello scorso anno dalla Commissione ed è attualmente in fase di negoziazione interistituzionale, il cosiddetto trialogue che coinvolge anche il Consiglio e il Parlamento. Dopo diverse riunioni tecniche, questi ultimi sono ora giunti a una condivisione di posizioni, su cui però ci sono pochi dettagli e che potrebbe in realtà non risolvere molti dei punti più dibattuti.

L’ACCORDO TRA CONSIGLIO E PARLAMENTO

Ieri, la presidenza del Consiglio dell’Ue (che in questo semestre spetta alla Bulgaria) ha raggiunto un provisional agreement con i rappresentanti del Parlamento europeo. Il testo, specifica il comunicato, “sarà presentato agli ambasciatori Ue per il loro endorsement il 29 maggio, e poi sarà sottoposto al Parlamento per un voto e poi al Consiglio per l’adozione finale”. Secondo quanto si legge sul sito del Parlamento, la prima lettura da parte dell’aula di Strasburgo è prevista per il 3 luglio, anche se sono davvero pochi i dettagli sul nuovo testo. Si specifica solamente che la presidenza del Consiglio e il Parlamento hanno travato un accordo “sul regolamento come proposto dalla Commissione, condividendone gli obiettivi fondamentali e rendendo l’industria della difesa dell’Unione più competitiva e innovativa”. Eppure, aggiunge, “c’è stato accordo su un numero di emendamenti per migliorare la proposta”, tra cui “le priorità regionali e internazionali, le fonti di finanziamento, i soggetti e le azioni ammissibili” e incentivi più sostanziosi per la partecipazione di piccole e medie imprese. Eppure, l’impressione è che sui punti più delicati manchi ancora l’accordo e che il negoziato rischi dunque di impantanarsi ulteriormente.

I SOGGETTI AMMISSIBILI

Tra le questioni più dibattute sin dalla presentazione della proposta della Commissione, c’è quella relativa ai criteri per definire i soggetti industriali che potranno beneficiare delle risorse europee (eligible entities). Il testo della Commissione prevedeva inizialmente che i beneficiari potessero essere solo “imprese stabilite nell’Unione, delle quali gli Stati membri e/o i cittadini degli Stati membri detengono oltre il 50% e sulle quali esercitano un controllo effettivo” (art. 7). Ciò tuttavia escluderebbe le aziende che, pur mantenendo le attività nel territorio di uno Stato membro per tutta la durata dell’azione da finanziare, non hanno controllo europeo. Questo significherebbe tirare fuori dalla partita industrie controllate da soggetti esterni all’Ue, che tuttavia hanno attività in Europa e che, integrate nelle catene di fornitura, da sempre fanno importanti investimenti in alcuni Paesi membri. È questo il caso di aziende italiane a controllo straniero. Basti pensare ad Avio Aero, business della statunitense Ge Aviation che conta nell’Ue circa 12mila dipendenti (4.200 dei quali proprio nel nostro Paese). Sarebbe anche il caso di Piaggio Aerospace, l’azienda italiana di Villanova d’Albenga controllata dal fondo emiratino Mubadala, che impiega oltre 1.200 persone.

LE POSIZIONI DIVERGENTI…

Un cambio di rotta c’era stato con la versione del Consiglio di dicembre 2017. Nel nuovo testo si prevedeva la deroga al principio del controllo effettivo a patto di “garanzie sufficienti” da parte del Paese in cui l’industria è situata, affinché la stessa agisca in conformità con gli obiettivi e gli interessi dell’Unione. In altre parole, il golden power. Poi, lo scorso febbraio, il Parlamento ha invece riproposto una versione più rigida che di fatto tornerebbe a escludere le suddette industrie. Per evitare tale impostazione erano intervenuti i presidenti delle regioni Piemonte, Liguria, Lombardia e Lazio. In una lettera al presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, alla vigilia del voto sulla proposta da parte della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia (Itre), i governatori chiedevano di non confermare il compromesso raggiunto in Consiglio. Ciò non è avvenuto, e la palla è dunque passata al complesso trialogo.

…E QUELLA COMUNE

Ora, fonti di Bruxelles confermano che sul nuovo documento Consiglio-Parlamento si prevederebbe invece una via intermedia e maggiormente dettagliata. Le imprese stabilite nell’Ue, ma controllate da società di un Paese terzo, dovranno fornire garanzie che l’azione finanziata dall’Edidp non abbia alcuna restrizione a causa del controllo esterno su governance, obiettivi e informazioni sensibili. Tali garanzie dovranno essere convalidate dallo Stato membro in cui è stabilita l’impresa e saranno soggette a un controllo di conformità al regolamento da parte della Commissione nell’ambito della valutazione dei progetti.

TRA LA GESTIONE DEL PROGRAMMA E I METODI DI FINANZIAMENTO

Oltre ai soggetti ammissibili, ci sono comunque almeno altri due punti su cui si continuano a confrontare i diversi Paesi e le tre istituzioni europee. Il primo riguarda la gestione del programma: mentre la Commissione parrebbe intenzionata a mantenere un controllo diretto dei 500 milioni, il Consiglio sembrerebbe maggiormente propenso a lasciare la gestione a un’agenzia terza, con l’Organizzazione congiunta per la cooperazione in materia di armamenti (Occar) in pole position per questo ruolo. Poi, c’è la questione del finanziamento: la versione attuale prevede un meccanismo pay to play, cioè un co-finanziamento tra Stati e Unione. L’Ue coprirebbe non più del 20% dell’azione, a cui si aggiungerebbe un ulteriore 10% per i progetti che si inseriscono anche nell’ambito della cooperazione strutturata permanente (Pesco), e bonus aggiuntivi in caso di partecipazione di piccole e medie imprese. La formula però è ancora in fase di discussione e tali percentuali potrebbero cambiare. È probabile che resti quanto previsto dalla Commissione, una sorta di test in vista della piena attività del Fondo europeo per la difesa (Edf) all’interno del prossimo Quadro finanziario pluriennale (Mff). D’altronde, così come la Preparatory action (Padr) per la parte “ricerca”, l’Edidp rappresenta un fase embrionale della parte “capacità”, che verrà necessariamente limata negli sviluppi successivi.

LE NUOVE RISORSE PER LA DIFESA

La proposta della Commissione per l’Mff 2021-2027 (il primo senza il Regno Unito) prevede di destinare 13 miliardi di euro all’Edf, divisi in 4,1 miliardi per la ricerca, e 8,9 per le capacità (“co-finanziamento allo sviluppo collaborativo”). Accanto all’Edf, il Quadro proposto dalla Commissione prevede comunque altri strumenti per il settore Difesa, uno di quelli che vedrà il maggiore incremento di finanziamenti rispetto al precedente quadro pluriennale. Ai 13 miliardi bisogna infatti aggiungere i 6,5 miliardi per la mobilità militare, destinati allo strumento denominato “Connecting europe facility” che sarà utilizzato per migliorare le infrastrutture strategiche dei trasporti, al fine di renderle più idonee agli aspetti military. Off-budget c’è poi l’European peace facility, che potrebbe valere 10,5 miliardi di euro, e che è progettata per finanziare le missioni della politica di sicurezza e difesa comune (Csdp) in Paesi esterni all’Unione.

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