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Serve un governo, e anche alla svelta. Pena, il ritorno dell’austerità e del rigore forzato. Qualcuno avrà provato un brivido lungo la schiena, ma lo scenario è tutt’altro che irreale. Lo dice chiaro e tondo il centro studi Ref nel suo ultimo rapporto.

“La posizione dell’Italia è particolarmente esposta alle fluttuazioni della domanda estera. La distanza da colmare per convergere verso i target di finanza pubblica europei e i limiti all’espansione del credito riducono gli spazi di crescita della nostra domanda interna. La crescita resta legata all’evoluzione delle esportazioni”, premettono gli esprerti del Ref, coordinati da Fedele De Novellis. “Da questo punto di vista, iniziano a cumularsi alcune evidenze favorevoli: negli ultimi due anni le esportazioni e la produzione industriale mantengono tassi di crescita vivaci, in linea con quelli dei nostri maggiori partner europei. Vi sono evidenze crescenti a favore della capacità di competere da parte di un nucleo di medie imprese in grado di affrontare con successo le sfide della competizione internazionale”.

In questo senso “contano molto i fattori di competitività non di prezzo, ma anche il fatto che l’Italia mantiene da diversi anni un differenziale di segno negativo di crescita dei salari rispetto alla Germania; è possibile che il gap salariale stia compensando parte del divario negativo che caratterizza i fattori di competitività di sistema. Tuttavia, è questo un modello di crescita che non può essere soddisfacente”. Dunque, l’export non basta, non in queste condizioni almeno. Perché? “Innanzitutto perché tale modello è per sua natura fortemente dipendente dalle alterne e incerte vicende dell’economia internazionale e in parte perché la crescita è basata su una sistematica compressione al ribasso dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie”. Ma il vero problema, spiegano dal Ref, è un altro. La politica.

“Oggi è molto probabile che anche la nuova stagione politica che si è aperta, in virtù della mancanza di una maggioranza in grado di definire programmi con un orizzonte di medio termine, difficilmente riuscirà a definire un piano di riforme in grado di incidere in misura rilevante sui fattori di competitività strutturali. Anche nei prossimi anni le inefficienze del nostro sistema tenderanno a penalizzare la competitività e porteranno a comprimere ancora i salari, a scapito dei consumi”. Di più. “Nel vuoto politico in cui ci troviamo è anche difficile anticipare lo schema delle politiche di breve periodo. Nelle nostre previsioni abbiamo disinnescato le clausole di salvaguardia (sull’Iva ma mancano quelle del 2019, ndr), finanziandole sostanzialmente in deficit. Il rapporto deficit/Pil si posizionerebbe difatti al 2% quest’anno e all’1,5% nel 2019, valori più elevati rispetto agli ultimi obiettivi del Docupento programmatico di bilancio”.

Ed è qui che si fa sentire l’assenza di un governo operativo (l’attuale esecutivo ha rimandato l’approvazione del Def al nuovo esecutivo). Vi è da un lato “il rischio che, in assenza di un governo, l’Italia si ritrovi di fatto legata agli ultimi obiettivi programmatici, ponendosi nella condizioni di dovere adottare una politica di bilancio di segno restrittivo nel 2019”, scrive il Ref. Ricordando ai M5S, Lega e Centrodestra la differenza sostanziale tra parole e fatti.

“D’altra parte, è anche difficile definire le linee di politica economica dei prossimi anni alla luce delle difficoltà che emergeranno rispetto alla realizzazione delle misure proposte nel corso della campagna elettorale. La distanza fra gli annunci della campagna elettorale e gli spazi che si apriranno realisticamente risulterà questa volta particolarmente ampia, e questo potrà avere conseguenze significative sul quadro politico interno”.

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