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Secondo il quotidiano Israel Hayom, l’oligarca russo Roman Abramovich giovedì è arrivato in Israele, dove richiederà la cittadinanza (informazione corroborata discretamente da ambienti diplomatici, che però non parlano di tempistiche). È il porto di arrivo di una specie di fuga, magari più simile a un’espulsione, che lo ha visto nelle ultime settimane bazzicare Antibes e altri lidi (“nei Caraibi”, dicono i più informati, ma su certi movimenti non c’è certezza, ndr).

La vicenda: Abramovich, proprietario del Chelsea Football Club, è uno dei tanti miliardari che finora ha vissuto a Londra con un permesso di lavoro come investitore, quello che secondo la legge inglese permette la permanenza nel Regno Unito per quaranta mesi a chiunque porti con sé un malloppo da almeno 2 milioni di sterline da piazzare nel mercato locale. Però quel visto non è stato rinnovato: proprietario del fondo di investimento Millhouse Capital, di Evraz (una società di estrazione di carbone e acciaio) e di Norenickel (una società di estrazione e fusione di nichel e palladio), paga la vicinanza a Vladimir Putin.

Russia e Gran Bretagna sono ai ferri cortissimi, relazioni quasi disintegrate dall’avvelenamento dell’ex spia russa Sergei Skripal e di sua figlia, avvenuto il 4 marzo a Salisbury, qualche decina di chilometri a sud di Londra (i due adesso stanno bene, sono fuori dell’ospedale e stanno collaborando con gli investigatori che hanno in carico il loro caso). Il governo inglese ha subito accusato Mosca, che secondo le ricostruzioni inglesi avrebbe voluto regolare i conti con un disertore – Skripal per altro aveva passato informazioni delicata ai servizi di sua maestà, in passato.

Un’aggressione, secondo la premier Theresa May, che aveva portato Londra a intestarsi la guida di una misura estremamente punitiva contro la Russia, che aveva coinvolto anche dozzine di altri paesi alleati occidentali, tutti allineati nell’espellere funzionari russi che secondo i vari controspionaggi sfruttavano la copertura delle ambasciate nei propri paesi per lavorare da spie.

Il caso Abramovich è anche rappresentativo di come il sistema occidentale si stia dividendo: da una parte gli Stati Uniti e il Regno Unito, accoppiati nel tenere il pugno duro con la Russia, dall’altra Francia e Germania che guidano il blocco di chi vuole una linea più dialogante con Mosca. Sovrapposizioni: giorni fa il ministro degli Esteri inglese, Boris Johnson, ha criticato Berlino perché in affari con i russi per il raddoppiamento del gasdotto Nord Stream 2, considerato dagli americani un’opera da far saltare pena sanzioni contro le ditte europee che collaborano con la Russia.

Gli addetti stampa dell’oligarca dicono ai media inglesi (forma anonima) che il loro capo è da un po’ che sta cercando altre soluzioni: ha valutato Verbier (ma gli svizzeri l’hanno respinto), poi Jersey (il baliato a largo di Saint Malo gode di una certa indipendenza, lo ha accettato come investitore, ma poi è tornata indietro). Israele è un porto sicuro: Abramovich è ebreo, filantropo e finanziatore di iniziative culturali, ha ricevuto un riconoscimento dalla Federazione delle comunità ebraiche russe per aver donato 500 milioni durante gli ultimi 20 anni. Secondo il Jerusalem Post sta già costruendo una casa nel quartiere Neve Tzedek di Tel Aviv.

Non ci sarà correlazione, dunque, tra la linea dura presa da Downing Street con la Russia e il trasferimento di Abramovich, ma da Mosca già criticano gli inglesi perché danno un’ospitalità “ingiusta” ai loro concittadini (cosa per altro nemmeno troppo veritiera se si considera l’apertura, interessata, con cui Londra ha accolto i ricchi russi che hanno colonizzato negli ultimi due decenni Belgravia, Mayfair, Kensington, Sloane Street).

Quello che pesa su Abramovich è forse quel rapporto paterno con cui Putin lo tratta: il presidente del Chelsea è un uomo in vista (e la sua compagna, Dasha Zhukova, quasi più di lui), personaggio noto in tutto il mondo a cui Londra, da anni (grazie al calcio) fa da sfondo. Gli oltre 9 miliardi di ricchezza vengono anche dall’affare Sibneft: gigante petrolifero accaparrato da Abramovich durante le privatizzazioni senza legge a metà dei Novanta per 120 milioni di dollari, rivenduto allo stato russo per cento volte tanto – da lì nasce Gazprom Neft, sussidiari petrolifera della Gazprom.

Agire contro Ambramovich sembra l’allineamento inglese sul programma tattico studiato dal Tesoro americano: l’obiettivo è creare sistemi sanzionatori e misure di rappresaglia legale con cui attaccare le élite che sostengono la cerchia del potere interno di Putin, in modo da allontanarle dal presidente – si ricorderà mesi fa si parlò di una Kremlin List (o Putin List) composta da figure del mondo politico-economico russo attenzionate dalle agenzie americane (tra questi c’era anche Abramovich).

Come lui, ma più duramente, è stato colpito anche Oleg Deripaska, diventato il primo degli oligarchi finiti sotto sanzioni (la lista è lunga) a cedere, quasi a tradire Putin. Deripaska tra le varie cose controlla(va) il colosso dell’alluminio Rusal (che sta come abbreviazione di compagnia russa dell’alluminio, diretta discendente dell’imponente industria statale di era sovietica, seconda produttrice al mondo), e per evitare che i provvedimenti americani potessero distruggere la principale delle sue società ha deciso di cedere il ruolo prominente nella En+, holding quotata alla borsa londinese che ha in mano la Rusal.

Era stato addirittura il segretario al Tesoro americano, Steven Mnuchin, a dire apertamente, a inizio maggio, che per salvare Rusal occorreva che Deripaska facesse un passo indietro. È sempre parte di quella tattica: colpire gli oligarchi più vicini a Putin (in questo caso uno dei più vicini) per colpire il Cremlino e magari incitare sommovimenti interni.

Le sanzioni che riguardano questi magnati dall’enorme peso politico sono il motivo sanguinante nello scontro tra Russia e Occidente: il primo ministro Dmitri Medvedev ha annunciato che presto il governo russo costruirà un quadro normativo che farà diventare il rispetto delle sanzioni americane illegale. Però intanto Mosca nel giro di pochi mesi ha visto piegarsi Deripaska, il capo di una delle aziende rappresentative del potere putiniano, e in parte Abramovich, che del potere putiniano è una pop-star.

abramovich

Anche Abramovich nella guerra contro gli oligarchi di Putin?

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