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Tanto tuonò che piovve: il professore Giuseppe Conte è stato incaricato dal Presidente Sergio Mattarella di verificare se esistono le condizioni per la formazione del governo. Si dovrebbe essere alla fase finale della nascita del nuovo esecutivo M5S-Lega. Gli spettacolari e interminabili giri di ballo cui stiamo assistendo in questi ottanta giorni post campagna elettorale spiegano la scarsa preparazione, originalità, lungimiranza politica dei rappresentanti leghisti e pentastellati, ancora alle prese con la stesura del programma e con la lista dei ministri.

Passati ottanta giorni, ancora si è in attesa di avere un esecutivo in piena attività di governo, nonostante scadenze interne e internazionali siano alle porte. È giusto ricordare che la nostra democrazia repubblicana pur avendo solo settant’anni è ben collaudata, costruita su basi solide, in grado di rispondere alle esigenze del cittadino comune. Ciò nonostante i partiti protagonisti di questa esperienza di governo ancora non riescono a trovare l’idonea soluzione, per chiudere il rapporto tra alleati in modo positivo.

È la solita storia: quando sono all’opposizione sanno dire e sottolineare ogni tipo di manchevolezza dei governanti, nel momento in cui passano dall’altra parte dello steccato non riescono a fare altro che balbettare, non individuando adeguate soluzioni per ben governare il Paese. È un film già visto: prima con Berlusconi, poi con Prodi seguito da intervalli tecnici e semi-politici, quindi, con Renzi e Gentiloni.

Si parte lancia in resta con provvedimenti spaccasassi e un po’ alla volta si fa marcia indietro, fino a lasciare le cose come stavano. La ragione è semplice: una classe dirigente all’altezza in politica non esiste, altrimenti non si sarebbe fatto ricorso al professor Conte per fargli ricoprire il ruolo di presidente del Consiglio. La matassa si è ingarbugliata a tal punto che è stato difficile venirne fuori se si fosse deciso di optare per un politico

Ciò che si vive oggi è figlio di una notte molto lunga che abbiamo conosciuto nei decenni alle nostre spalle, durante la quale siamo stati spettatori di commedie trasformatesi in tragedie.

Lo status politico del Paese, è inutile nasconderselo, ancora oggi è figlio di quella ripugnante violenza giudiziaria messa in atto agli inizi degli anni ’90 da un nucleo organizzato di magistrati definito, per l’appartenenza politica, “toghe rosse”, contro esponenti illuminati dei primi quarant’anni della Repubblica.

C’era in quelle azioni di giustizia violenta il disegno spietato e meticoloso di distruggere la democrazia italiana, nata dalla Resistenza e dalla Costituzione repubblicana, e i suoi esponenti più prestigiosi. Comunisti e estrema destra, che erano all’opposizione, alleati di personaggi iscritti tra i “nuovisti” di quel tempo, molto affini all’attuale movimento del comico genovese e a quello della Lega soffiavano con cinismo sul fuoco del giustizialismo per trarre i conseguenti vantaggi. Tanti parvenu al servizio di lobbies straniere che disegnavano, secondo le loro strampalate e bislacche teorie il futuro dell’Italia, vendendosi a gruppi di potere al di là e al di qua dell’Oceano per ricavare utili sì, ma per sé stessi e per i loro dante causa.

Credevano, pur essendo privi cultura di governo, di spadroneggiare. Gli uomini e i partiti di quella stagione tuttora sulla scena dovrebbero lasciare il campo, perché hanno fallito sotto ogni punto di vista. Non basta evocare il cambiamento come venti anni fa si evocava il nuovismo, per proporsi come i salvatori della patria. Non possono essere inconcludenti e discutibili personaggi del passato e del presente a svolgere ruoli delicati nelle istituzioni.

Vigilare non sarà un esercizio superfluo o inutile, considerata la crisi della sinistra, la scomparsa del centro, la fine dei conservatori. È inimmaginabile lasciare libera una vasta prateria a disposizione di populisti, qualunquisti, leghisti. Bisogna creare spazi politici di confronto, di critica, di discussione, utilizzando segmenti di opposizione nei confronti del futuro governo, nato non proprio sotto buoni auspici, valutate insufficienze e omissioni del presente.

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