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La sua avventura sembra paragonabile a quella dell’eroe dei due mondi se non fosse che stiamo parlando dello stesso mondo, quello che parla e che ha una precisa matrice russa. La storia di Mikheil Saakashvili il presidente per due mandati della Georgia prima di finire accusato di violenze e abuso di potere poi trasferitosi in Ucraina con il ruolo di consigliere speciale del presidente Poroshenko, (in foto con Saakashvili), e poi come governatore della delicata regione di Odessa, non sembra trovar pace.

Misha, così è chiamato dagli amici e non solo, dopo un travagliato percorso da governatore, dove non è stato capace di confermare la sua nomea di innovatore, a fine luglio mentre era in viaggio negli Usa si vede ritirare il passaporto dal suo ex alleato Poroshenko che ha convocato e adeguatamente sostituito i membri della commissione per la cittadinanza, riunita nottetempo.

L’ex presidente e governatore Saakashvili si è ritrovato quindi senza la cittadinanza di origine (quella georgiana sottrattagli nel 2014) e quella di adozione (conferitagli in una pomposa cerimonia proprio da Poroshenko nel 2015). Le motivazioni, non volendo considerare più di tanto i bollettini ufficiali che parlano di mancata comunicazione nel modulo per la cittadinanza dei precedenti penali di Misha nella Repubblica di Georgia, sono senz’altro politiche.

Saakashvili sin dai suoi primi mesi da governatore è stato una spina nel fianco del presidente uscito fuori dalla rivoluzione di piazza Maidan, per i suoi contatti internazionali costruiti nei quasi 10 anni di presidenza della Georgia e per il suo attivismo politico, culminato con la costituzione del partito delle Nuove Forze. Non hanno poi aiutato le pessime attenzioni che riceveva dalla Russia con cui aveva iniziato la guerra nelle regioni dell’Abcasia e Ossezia del Sud. La decisione di Poroshenko è tutta da far rientrare nella strategia di eliminare un alleato ormai diventato scomodo.

Ma le mosse dell’apolide presidente non si sono fatte attendere: dapprima è atterrato in Polonia e girovagato l’Europa per ottenere un sostegno dalle cancellerie con cui intrattiene rapporti, poi a inizio settembre ha tentato di varcare il confine con un bus turistico e scortato da centinaia di militanti del suo partito ha sfondato, insieme alla nuova alleata e ex primo ministro ucraina Julija Timoshenko, un cordone di militari presso la città ucraina di Medyka. Diversi agenti sono stati feriti nell’irruzione che ha provocato al leader politico solo una leggera sanzione da parte della magistratura ucraina: una multa di 3.400 UAH (poco più di 100 euro) per l’accesso illegale nello stato.

Nel frattempo l’ex governatore ha annunciato di voler avviare una campagna elettorale nelle città dell’Ucraina in vista delle presidenziali del 2019, con un preciso avversario: l’ex amico Poroshenko tacciato della più comune accusa di quell’area geografica: corruzione e indebito arricchimento.

In tutta questa convulsa vicenda il governo non è stato con le mani in mano: l’annullo della cittadinanza comporta anche che Saakashvili non possa essere candidabile e che non possa neppure guidare un partito, mentre il fascicolo di estradizione avanzato dalla Georgia sembra aver trovato una strada privilegiata al ministero della giustizia di Kiev.

La rocambolesca faccenda di Saakashvili ci racconta molto delle fragili democrazie d’oriente con coi l’Unione Europea ha appena firmato accordi di associazione e di quanto le tanto acclamate variopinte rivoluzioni siano state specchietti per le allodole per i numerosi benpensanti dell’occidente.

La seconda corsa presidenziale dell’apolide Saakashvili: dopo la Georgia ora l’Ucraina

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