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L’attentato di martedì pomeriggio scocca alle 15:05. È l’ora di Sayfullo Saipov, uzbeko, 29 anni, carta verde e residenza in New Jersey. È a bordo di un pickup, l’ha affittato a Passaic, dove gli agenti, più tardi, troveranno la sua auto parcheggiata. Sul veicolo, dei fogli scritti in arabo, la dichiarazione di fedeltà al califfo Abu Bakr-al Baghdadi, sigillo della missione. Tutto intorno, è clima di festa. È il giorno dello “scherzetto o dolcetto”, festa celtica assai popolare negli Usa, attesa da settimane dai bambini entusiasti che non vedono l’ora di vestirsi da maghi e streghe.

Un’atmosfera gioiosa travolta da quel mezzo che imbocca a gran velocità la ciclabile e allunga per trecento metri, travolgendo ogni cosa e persona sulla sua strada. Una folle corsa che si interrompe all’incrocio tra Chambers e West Street, dove staziona uno scuolabus su cui si infrange il pickup. Saipov scende e, impugnando due armi giocattolo, urla “Allahu akbar” per terrorizzare i passanti, che fuggono in ogni direzione. Finché gli agenti, accorsi a frotte, lo colpiscono all’addome e lo immobilizzano, mettendo la parola fine all’attacco più violento nella storia di New York dai tempi dei due aerei missile che hanno trafitto le Twin Towers su ordine di Osama bin Laden. Per l’FBI non c’è dubbio. È terrorismo. Ci vuole il tempo di verificare la presenza di complici, o l’eventuale prosecuzione di un ipotetico complotto, per capire che si tratta di un lone actor, di un lupo solitario che ha agito da solo, “ispirato” da quella propaganda che, sul magazine Inspire di al-Qa’ida o sulla rivista Rumiyha dello Stato islamico, insegna ai simpatizzanti come colpire, manuali del terrore fai-da-te che circolano senza controllo nella rete delle reti.

È il colpo di coda del califfato sanguinante, colpito letalmente quest’estate nella sua capitale irachena Mosul e, due settimane fa, in quella siriana, Raqqa. È il modo perfetto per sottolineare che la sfida è ancora in atto, l’Isis non si piega. Le due coalizioni che combattono i jihadisti in Medio Oriente possono travolgere la creatura messa in piedi dal califfo, non l’idea, che continua a sedurre, convincere, motivare. Il terrorismo nell’era dell’Isis non conta più sul simbolo di uno Stato funzionante, che detta legge (islamica) e controlla la vita di milioni di sudditi, ma può fare leva su un esercito invisibile di seguaci pronti a sbucare dal nulla, come Saipov ieri a Manhattan, per punire l’Occidente infedele.

Gli analisti lo ripetono da settimane: la fine del Califfato non comporterà la cessazione delle ostilità. L’Isis continuerà a piagare la vita di Iraq e Siria, Stati divisi su linee etniche e confessionali dove non si intravede alcuna riconciliazione, dove l’odio settario continuerà ad alimentare il fuoco della rivolta di cui lo Stato islamico seppe approfittare quattro anni fa per costruire le sue fortune. Soprattutto, non cesserà l’offensiva del terrore. Nessuno può di difendere le strade e i marciapiedi delle città d’Occidente dal terrorismo low cost. Nessuno può bloccare, prima che sia tardi, i lupi solitari di cui si abbevera la leggenda dell’Isis. La minaccia è fuori dal controllo delle agenzie di intelligence e della sicurezza, che non possono disporre di informazioni preventive, di fiche “S” e di segnalazioni Interpol per tutti gli aspiranti martiri della causa.

Ieri, a Manhattan, si è riaccesa la fiamma del califfato, mito persistente che resiste ad ogni assalto, e continua a minacciarci.

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