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Fake newssocial mediatroll e propaganda. Sono queste le armi della guerra moderna, silenziosa e costante, condotta contro l’Occidente da Russia, Cina, Corea del Nord e terrorismo internazionale. È quanto emerso dall’evento “Nato and Information warfare in the post-truth era”, organizzato questa mattina dal Nato Defense College (Ndc) di Roma, in occasione del 64esimo seminario annuale dell’Anciens’ association, l’associazione che riunisce gli ex studenti del College.

L’EVENTO

La conferenza è stata aperta dal comandante dell’Ndc, generale dell’aeronautica canadese, Chris Whitecross, a cui è seguito l’intervento dell’editorialista di Postmedia’s International Affairs Matthew Fisher. Alla sessione plenaria, moderata dal giornalista e visiting professor in War studies al King’s College di Londra Nik Gowing, sono intervenuti il direttore del britannico Conflict Studies Research Center Keir Giles, il giornalista e autore televisivo Peter Pomerantsev, e il vice assistente del segretario generale della Nato per Emerging security challenges Jamie Shea.

L’ERA DELLA POST-VERITA’

In un mondo di social media, fake news e informazione diffusa, per post-verità si intende quello spazio che si crea tra verità e menzogna, fatto di notizie che, seppur non reali, producono effetti reali. E così può accadere che una notizia falsa possa essere ritwittata, diffusa e condivisa fino ad avere conseguenze concrete, a muovere coscienze e alimentare aspirazioni politiche. Il meccanismo non è nuovo, ma certo ha trovato in Internet un modo per aumentare la propria efficacia. Se si sposta il tutto sul livello della competizione globale e della guerra informativa, appare evidente quanto la post-verità possa incidere sulla sicurezza nazionale di ogni Stato e sulla stabilità internazionale.

“Possiamo concordare o meno sul fatto che ciò accada – ha detto il comandante dell’Ndc Whitecross – ma è innegabile che, nell’era digitale, questo tema sia di importanza sempre maggiore. La posta in gioco è la nostra idea di libertà”. Ormai, “i nostri avversari fanno ricorso a strumenti di guerra convenzionale e non, regolari e non”, ha spiegato. Si tratta della guerra ibrida, condotta al di sotto della soglia di guerra ufficialmente dichiarata ma, in potenza, ugualmente distruttiva. “Una sfida per la nostra vita”, ha rimarcato Fisher, poiché, “Cina, Corea del Nord, Iran e Russia hanno già un esercito di cyber-warfare e lo usano su social media come Facebook, Twitter, Instagram”. Il risultato, ha detto Jamie Shea, è che “oggi, gli Stati non sono più in grado di proteggere i propri cittadini come lo erano nel XX secolo; ora, chiunque può attaccare chiunque, in qualunque momento e da qualunque luogo”.

COME CI ATTACCA LA RUSSIA

Tra gli attori più attivi c’è sicuramente Mosca, che ha fatto dell’Information warfare uno dei campi privilegiati della propria postura internazionale. “La Russia – ha spiegato Keir Giles – ha capito prima di tutti che Internet può essere un game changer nei conflitti”. Ciò pone l’Occidente indietro di alcuni anni. “Stiamo affrontando un problema di gap generazionale di expertise”, ha aggiunto Giles. Il primo passo per colmarlo è “capire la minaccia che la Russia sta ponendo. Al livello maggiore di ambizione c’è il cambiamento di regime, evidente nel caso ucraino. Ci sono però altri livelli di ambizione – ha detto Giles –; Mosca sta cercando di colpire la società occidentale ovunque ci riesca, al fine di uscirne potenziata”. A tale obiettivo si lega il supporto “a movimenti indipendentisti e secessionisti, come nel caso della Catalogna”, che possono contribuire a indebolire i Paesi occidentali. Intanto, “sui social media ci sono sciami di utenti pronti ad aggredire e contestare qualsiasi contenuto che sia anti-russo”, ha invece ricordato Fisher, mentre i broadcast legati a Mosca ripetono incessantemente messaggi positivi sulla Russia e sul suo leader indiscusso, Putin.

PROBLEMA BUDGET?

La differenza tra Occidente e Russia non è di carattere economico. I Paesi Nato spendono complessivamente molto di più per la propria difesa di quanto faccia la Russia. Eppure, nell’era della post-verità, la sicurezza non è più solo una questione di budget, come hanno ricordato tutti gli speaker intervenuti. Occorre poi considerare che i metodi di “guerra ibrida” sono tradizionalmente utilizzati proprio da soggetti che intendono colmare l’inferiorità strategica che avrebbero su campi tradizionali. Così, ha spiegato Giles, “la Russia sta lavorando sugli strumenti ibridi per rendere il peso del budget irrilevante”, avendo compreso che “tali attività sono meno costose ma più efficaci”. D’altronde, gli ha fatto eco Fisher, “nell’Information warfare non ci sono costi per il carburante, per le munizioni e la logistica, eppure l’effetto di attacchi in questo campo può essere notevole”.

QUALE REAZIONE

“La disinformazione può avere un impatto devastante sull’efficacia della Nato”, ha ricordato il comandante Whitecross. Per questo, l’Alleanza sta da tempo dedicando un’attenzione crescente ai temi della guerra ibrida. Per ora, però, “stiamo perdendo la guerra semplicemente perché non riusciamo a vederla”, ha spiegato ancora Fischer. Il rischio, ha aggiunto, “è perdere la battaglia sulla gente, sul pubblico”. Come reagire allora? “Condividendo le informazioni e aumentando gli sforzi di ricerca e analisi soprattutto nei Baltici”, ha suggerito l’editorialista di Postmedia’s International Affairs: “dobbiamo essere preparati e consapevoli”. A tal fine, ha ricordato Jamie Shea, la Nato ha sostenuto, in collaborazione con l’Unione europea, la creazione del Centro di eccellenza per il contrasto alle minacce ibride (Hybrid CoE) recentemente inaugurato a Helsinki. Si tratta, ha aggiunto, “di aumentare la resilienza e ridurre le vulnerabilità, così che per i russi sia meno redditizio e più rischioso operare in questo ambito”. C’è poi l’esigenza di aumentare le capacità di deterrenza, ha ribadito il deputy assistant del segretario generale della Nato: “Non basta aumentare la resilienza, servono contromisure concrete”.

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