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Perché scrivere un diario? E per chi? Per amore di se stessi, per poter approvare l’immagine di sé che si va costruendo nella scrittura? Oppure per lamentarsi delle proprie inquietudini e dare sfogo ai propri dispiaceri? Quest’ultima sembra essere la funzione del “journal intime”, così come lo concepiva Jean-Jacques Rousseau nelle “Rêveries du promeneur solitaire”. L’idea è pascaliana: “L’anima ha le sue tempeste e i suoi giorni di bel tempo”. Il diario registra quindi le variazioni dell’umore, e questa è la sua caratteristica (e anche il suo limite).

I Diari 1988-1994 di Bruno Trentin (Ediesse, a cura di Iginio Ariemma) sono qualcosa di diverso e di più. Infatti, rifuggono da ogni finzione letteraria poiché erano destinati a rimanere segreti. Ciò ne spiega anche il linguaggio molto schietto e, talvolta, assai crudo. Non è stata quindi una decisione facile quella di pubblicare gli appunti riservati di Trentin negli anni in cui ha guidato la Cgil. Come ricorda Marcelle Padovani, sua moglie, sono stati gli anni più tesi e più aspri della sua vita, nei quali “avvertiva acutamente la propria solitudine; una solitudine attraversata da una triplice crisi: politica (all’interno e all’esterno del sindacato), esistenziale (con depressioni ricorrenti) e crisi dei nostri rapporti (che per fortuna si risolverà positivamente)”.

I diari, impreziositi da una bella prefazione del curatore, sono stati dati alle stampe senza correzioni e cancellature. “È stata una scelta di rispetto per Bruno”, sottolinea Marcelle Padovani in una nota introduttiva. È stata anche una scelta coraggiosa, va aggiunto. Perché ci svela anche gli aspetti più passionali e più intimi, le fragilità e perfino le ubbìe di una delle figure più carismatiche del sindacato novecentesco. Può darsi che oggi Trentin sarebbe disposto a mitigare i giudizi più ruvidi che costellano i suoi testi. Essi però, in fin dei conti, sono la croce di quella stessa delizia che le sue pagine migliori procurano al lettore, vale a dire la radicale originalità, il rigore critico, la formazione non scolastica e non improntata ad alcuna ortodossia. Doti che gli consentono di non temere mai la contaminazione con culture diverse.

Del resto, considerare tra i punti di riferimento etici e teorici del suo pensiero Simone Weil o il personalismo cristiano di Emmanuel Mounier e Jacques Maritain, padroneggiare Michel Foucault o non giurare sui classici del socialismo e del marxismo, erano (e restano) atteggiamenti non usuali per un sindacalista, che attestano una estrema libertà intellettuale. Infine, una domanda: i diari di Trentin sono irrimediabilmente datati, sono solo una testimonianza pur autorevole di un settennio ormai sepolto dalla storia? La risposta è sì se si analizzano le singole soluzioni in cui si articola il suo progetto di “liberazione del lavoro”. Ma la credibilità di un progetto non si misura soltanto sui particolari o sui dettagli, bensì sulla sua anima, sul suo significato generale. La risposta, allora, è no se si pensa alla sua idea del sapere come vero motore dell’innovazione, del lavoro competente e informato come l’unica ricchezza sovrana delle nazioni nell’era della globalizzazione, del primato dell’eguaglianza delle opportunità sull’eguaglianza dei risultati (in termini di distribuzione del reddito).

Il progetto di cui parla l’allievo prediletto di Giuseppe Di Vittorio, al fondo, è una sorta di utopia laica. Non promette la felicità a tutti. Vuole dare a ciascuno i mezzi per realizzare al meglio le proprie aspirazioni personali. Questo ciascuno non è soltanto ricco o povero, ma è anche debole o forte, e lo è soprattutto se “sa” o “non sa”. Per questo i grillini a loro insaputa e i sedicenti epigoni del sindacato dei diritti trentiniano (che in realtà ne sono i suoi becchini), dovrebbero imparare a memoria quei passaggi dei diari in cui viene fatto a pezzi il reddito di cittadinanza (alias liberazione dal lavoro), e quelli sulla necessità di governare la flessibilità del lavoro mediante tutele non imperniate su una ottusa difesa del posto fisso.

Il prossimo 23 agosto cade il decennale della morte di Trentin, causata da un maledetto incidente avvenuto proprio su quelle strade dolomitiche che spesso gli restituivano la gioia di vivere. Non c’era modo migliore di celebrarlo che rendere pubblici questi inediti quanto singolari frammenti autobiografici.

Bruno TRENTIN

I diari segreti di Bruno Trentin

Perché scrivere un diario? E per chi? Per amore di se stessi, per poter approvare l'immagine di sé che si va costruendo nella scrittura? Oppure per lamentarsi delle proprie inquietudini e dare sfogo ai propri dispiaceri? Quest'ultima sembra essere la funzione del "journal intime", così come lo concepiva Jean-Jacques Rousseau nelle "Rêveries du promeneur solitaire". L'idea è pascaliana: "L'anima ha…

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