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“Schulz ha ragione… non fosse che”. Finalmente c’è chi tra i mass media prende le difese del povero Martin Schulz, la shooting star esauritasi con la velocità di un bengala. Eppure, scrive il giornalista Ludwig Greven, sul sito del settimanale Die Zeit, Schulz di idee sensate, capaci di raccogliere anche un consenso ampio ne avrebbe. Peccato che il suo team elettorale ha sin qui sbagliato più o meno tutto quello che si poteva sbagliare.

Non c’è campagna elettorale che non abbia tra i suoi cavalli di battagli la promessa di diminuire il carico fiscale. E in questo la politica tedesca non si differenzia da quella di altri paesi. E così a sviluppare piani per ridurre le tasse sono entrambi i candidati, il socialdemocratico Schulz, così come la Kanzlerin Angela Merkel, per quanto lei ancora per interposta persona. Ognuno dei due declina la promessa ovviamente in modo diverso. Per quel che riguarda i cristianodemocratici è in primo luogo il ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble a promettere che in caso di vittoria dell’Unione (cristianodemocratici, Cdu, e i cugini cristianosociali bavaresi, Csu) il prossimo 24 settembre, sarà possibile procedere a un taglio delle tasse per un ammontare complessivo annuo di 15 miliardi di euro. Un taglio del quale, sottolinea Merkel, dovranno beneficiare in primo luogo le fasce di reddito medio basse.

Di tutt’altro avviso è invece socialdemocratico Schulz, il quale, già un paio di settimane fa, durante un incontro con i vertici della Camera di Commercio e dell’Industria, si era espresso contro una riduzione indiscriminata. Primo, perché per i tedeschi il carico fiscale ora come ora non è un priorità, Schulz ricordava che recenti sondaggi mostravano la maggioranza degli interpellati sostanzialmente soddisfatti del loro tenore di vita. Secondo, perché la cosa più importante è ridurre le diseguaglianze sociali, che poi sono anche un motore del diffondersi di sentimenti populisti. Schulz propone dunque una riduzione dei contributi sociali, in proporzione al reddito.

Un altro problema già affrontato da Schulz è l’ormai cronica insufficienza di investimenti da parte del settore pubblico. “Un problema che si trascina ormai da decenni” scrive Greven. “Il governo federale, così come Länder e comuni investono molto meno nelle infrastrutture di quanto non facciano altri paesi. Oggi il pubblico in Germania, uno dei più ricchi paesi al mondo, spende un terzo di quel che spendeva alla fine del secolo scorso”.

Un quadro per niente esagerato, visto che lo stesso viene confermato da uno studio realizzato dalla Fondazione Bertelsmann. Lì si legge infatti: “Se paragonata ad altri paesi, la Repubblica Federale Tedesca investe da molti anni troppo poco nel futuro, nelle infrastrutture stradali e su rotaia, nella banda larga, nell’istruzione e nella ricerca. Le risorse devolute a questi settori si aggirano in media attorno al 2,2 per cento della produzione economica complessiva, mentre gli altri 33 Paesi dell’Ocse vi investono in media intorno al 3,3 per cento del Pil.” Secondo un altro studio, questo condotto dall’istituto economico Deutsche Institut für Wirtschaftsforschung, dal 1999 al 2012 la Germania ha accumulato annualmente buchi di investimenti per 75 miliardi di euro, mentre uno studio del centro studi della Camere di commercio e industria (Industrie- und Handelskammertag) calcola tra il 2003 e il 2012 un complessivo meno 600 miliardi di euro di investimenti. Solo per i comuni, l’istituto tedesco di urbanistica (Deutsches Institut für Urbanistik) annota investimenti mancanti per 136 miliardi di euro negli ultimi 5 anni.

Se però, come la politica va dicendo, si vuole assicurare anche in futuro una crescita stabile, si legge nell’articolo del giornale cittadino Kölner Stadtanzeiger, che ha elencato tutti questi studi, non si può che invertire – e il più presto possibile – la rotta, anche perché proprio l’arrivo in massa dei migranti richiede ulteriori investimenti. Che la Germania continuando a risparmiare sugli investimenti stia mettendo in pericolo il proprio futuro, è una tesi sostenuta anche da Greven il quale parla di “Saccheggio del nostro domani”.

Un saccheggio da imputare in primo luogo all’ossessione di Schäuble per il pareggio di bilancio, la “schwarze Null”, (letteralmente lo zero nero), la fobia per i conti in rosso. “Una strategia sbagliata” scrive Greven “perché è nell’istruzione che va investito, e questo sin dalla più tenera età, c’è dunque bisogno di asili nido e asili gratuiti, così come migliori e più moderne dotazioni per scuole e università; e ancora interventi infrastrutturali, a iniziare dalle strade, non è possibile che un tedesco costretto a usare la macchina per recarsi al lavoro passi ore imbottigliato nel traffico”. (Il traffico, i mancati investimenti nelle infrastrutture stradali sono peraltro uno dei motivi per i quali i socialdemocratici hanno perso le ultime elezioni regionali nella loro ex roccaforte, il Nordrhein-Westfalen). “L’elettore”, conclude Greven “premierebbe sicuramente il partito disposto a farsi portavoce di queste esigenze”.

È di ieri la notizia che, per un rimpasto del governo federale, dovuto a un caso di malattia grave. E così ora il nuovo segretario generale dell’Spd è Hubertus Heil, che diventa automaticamente anche responsabile della campagna elettorale. Heil è l’uomo giusto al momento giusto per Schulz? Possibile essendo un politico capace, di polso e stimato nel proprio partito. Caratteristica quest’ultima che tra i socialdemocratici (non solo tedeschi) è di fondamentale importanza.

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