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Il rumore di una spazzatrice che puliva il viottolo davanti alla West Wing della Casa Bianca non ha coperto la voce della consulente politica di Donald Trump, Kellyanne Conway, che spiegava ai conduttori di “Fox and Friends” che per questa settimana del Muro col Messico non si parlerà. E questo per dire che il bilancio previsionale per la costruzione sarà escluso dalla proposta di budget federale presentata al Congresso tra due giorni. Resta “una priorità molto importante”, ma “sappiamo che non potrà realizzarsi quest’anno”, ha detto Conway, che ha annunciato che nel frattempo comunque fondi addizionali saranno investiti nel controllo dei confini. Conway se l’è presa anche con i democratici, criticandoli per non dare sostegno al progetto quando invece nel 2006 sostennero la costruzione di una linea di recinzione di separazione – l’appoggio sarebbe ipoteticamente indispensabile, ma i democratici hanno posto l’eliminazione della richiesta dei fondi come condizione per far passare la finanziaria.

Entro la mezzanotte di venerdì 28 aprile il Congresso dovrà approvare la legge di bilancio, e le parole della consigliere significano che l’amministrazione Trump ha deciso di tornare indietro, almeno momentaneamente, su una delle grosse promesse elettorali. Motivo: evitare lo shutdown, ossia evitare che i democratici facciano ostruzionismo sulla manovra economica e blocchino – come da regole americana – le attività degli uffici federali. Togliere il Muro significa non cercare i fondi (col rischio di sforare il bilancio) per 4,1 miliardi di dollari: 1,5 miliardi sarebbero infatti serviti subito per finanziare l’inizio dei lavori (entro il 2017), mentre 2,6 miliardi erano quelli da mettere a budget per il 2018 – la spesa totale è stimata intorno ai 21 miliardi secondo un report interno del dipartimento per la Homeland Security.

L’idea di far pagare l’opera al Messico, come più volte annunciato da Trump durante la campagna elettorale, è ormai un concetto ripreso stancamente davanti a domande specifiche (per esempio, ne ha parlato lunedì il portavoce Sean Spicer dicendo niente più che “è giusto” ad un giornalista che gli ha chiesto se ancora l’intenzione rimaneva in piedi). E stante la situazione l’intera infrastruttura, simbolo di uno dei claim forti che ha mosso l’elettorato trumpiano – combattere l’immigrazione clandestina – non partirà. È una delle promesse per i primi cento giorni che sfuma, e che viene sacrificata davanti alla necessità di governare. Trump ha ripreso l’argomento su Twitter, invitando a non credere alle notizie dei media, “la mia posizione non è cambiata”, faremo il Muro, ha detto.

Martedì 25 aprile il giudice federale William H. Orrick di San Francisco ha bloccato anche il decreto con cui Trump intendeva togliere fondi alle cosiddette “città santuario”, ossia quelle (come New York e Los Angeles) che danno ospitalità incondizionata agli immigrati e vietano alla comunità di segnalare gli irregolari alle autorità federali. È un altro stop alle politiche anti-immigrazione irregolare di cui Trump ha tanto parlato, dopo i blocchi ai ban sugli ingressi.

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Conway annuncia che per il momento il Muro col Messico non si farà

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