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Qualsiasi concezione deterministica della storia è pericolosa. L’idea che la storia stia necessariamente procedendo verso un qualche assetto definitivo e che qualcuno possa farsi interprete di questo assetto futuro, indicandolo al mondo e lottando per realizzarlo prima del suo “naturale” avvento è stata foriera, nel tempo, di sciagurate guerre guidate da cieche e pericolose ideologie.

Nessuno è in grado di dire dove vada la storia. Perché la storia dipende in gran parte da comportamenti, non prevedibili, degli uomini. E perché vi sono continuamente elementi esogeni, altrettanto imprevedibili, che possono mutare il corso degli eventi, anche in maniera irreversibile.

C’è però un dato di fatto che non può essere ignorato. L’umanità, nel corso della storia, ha visto continuamente ampliarsi quella che potremmo definire come “l’unità minima di sopravvivenza”. Agli albori dell’umanità essa era costituita dalla tribù, che costituiva il nucleo di aggregazione necessario per aumentare le probabilità di sopravvivenza dei singoli individui. Poi è diventata la città-Stato, capace di reagire meglio alle esigenze di sussistenza di una popolazione crescente e sempre più interdipendente: di difesa dal nemico, di organizzazione della vita sociale ed economica.

Ma anche le città-Stato hanno iniziato, con l’avvento e lo sviluppo della polvere da sparo, la specializzazione del lavoro su scala sempre più ampia, la crescente pressione demografica sulle risorse naturali e l’inurbamento, a non poter rispondere alle nuove sfide della sopravvivenza; un nuovo soggetto si è così imposto (temporaneamente) come unità minima di sopravvivenza: lo Stato nazionale.

Oggi, le tecnologie, la pressione immensa sulle risorse del pianeta, la mobilità e la pervasività delle esternalità che immettiamo nella biosfera (inquinamento, distruzione di risorse, sostanze che diminuiscono la resistenza ad agenti patogeni) hanno reso l’unità minima di sopravvivenza il pianeta stesso, nella sua interezza.

Certo, nessuno sa esattamente come gestire questa interdipendenza. In particolare, nessuno sa esattamente come far diventare vincolanti scelte che dipendono, in ultima istanza, dall’esercizio (volontario, discrezionale) del potere nei singoli paesi. E questa è una debolezza che ci costerà cara e già ci sta constando cara: perché un qualsiasi criminale che salga al governo di un paese rilevante nell’economia mondiale può fare danni incalcolabili per le future prospettive del pianeta, la nostra unità minima di sopravvivenza.

Questa è la contradizione che sta dietro gli accordi di Parigi: nessuno può imporre ad uno Stato il rispetto degli accordi che ha sottoscritto. Una debolezza che va sanata. Con comportamenti condivisi da parte degli altri. La decisione di Trump di far uscire gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima (tra l’altro, estremamente blandi, al di là dei proclami trionfalistici, rispetto alle reali esigenze del pianeta) è un atto criminale, contro l’umanità intera; e in quanto tale deve essere trattato. È l’aggressione di un paese contro le possibilità per tutti noi di avere un destino migliore. Le scelte di Trump si riflettono sull’esistenza di tutti.

È un’aggressione, dicevamo. E richiede quindi una risposta altrettanto aggressiva. Le reazioni di sdegno sono state unanimi. Ma non basta. Non è sufficiente l’impegno unilaterale degli altri paesi contro i cambiamenti climatici. Gli Usa sono il maggior produttore al mondo di Co2, di agenti inquinanti, di potenziali minacce alla salute del globo. Il pianeta non può permettersi che proprio gli Usa diminuiscano l’impegno per una riconversione produttiva e dei consumi in un’ottica di maggiore salvaguardia dell’ambiente.

Non può permetterselo soprattutto quando la consapevolezza cresce ogni giorno tra la popolazione mondiale sulla necessità di andare ancora oltre gli accordi di Parigi, di portare l’asticella a livelli superiori di tutela degli ecosistemi.

Servono azioni concrete. Proprio in questi giorni sto per acquistare un nuovo computer. E mi sono abituato da qualche anno ad usare Mac. Ebbene: acquisterò un pc di prestazioni analoghe di un altro produttore non americano. Mi dispiace per la Apple, che probabilmente non condivide la svolta di Trump. Mi dispiace per Schwarzenegger, ex Governatore della California (lo stato dove ha sede la Apple) che ha prontamente rilasciato un video contro la scelta di Trump.

Ma è l’unico modo che abbiamo: smettiamo tutti di acquistare prodotti americani. Qualsiasi essi siano e in qualsiasi forma possano essere definiti americani: computer e smartphone Apple, aerei Boeing, chitarre Fender, auto FIAT-Chrysler, romanzi di autori americani (ci dispiace per loro, che magari sono pure ecologisti), titoli del Tesoro americano o di altre aziende americane (che inviterei gli investitori a vendere immediatamente), etc. Insomma, è il momento di dare un risposta concreta al “Usa First”, cambiando i nostri comportamenti di acquisto con un deciso “Never Usa”.

Ci dispiace per tutte le imprese e tutti i cittadini statunitensi che non condividono la scelta di Trump (e sono probabilmente la maggioranza). Ma siccome è il loro Presidente (sono loro che lo hanno scelto e solo loro possono mandarlo a casa), e sta imponendo scelte regressive a tutto il mondo, non possiamo far altro che costringerli, per quanto possibile, ad agire per contro nostro.

Solo con una efficace, pronta e massiccia azione di boicottaggio planetario le imprese statunitensi e i suoi 50 Stati avranno sufficienti incentivi per far cambiare strategia al governo federale Usa … o per mandare a casa Trump, col suo quotidiano procedere contro la storia.

Cosa penso di Trump

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