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Papa Francesco non finisce mai di trovare occasione per spezzare una lancia contro il libero mercato e contro le sue figure portanti, a cominciare da quella delll’imprenditore. Il quale, se vuole ben svolgere il suo lavoro, e quindi creare ricchezza per l’intera società, non deve avere che una sola bussola: il profitto, senza se e senza ma. E se viene meno questa molla, o se essa è temperata da considerazioni extraeconomiche, l’imprenditore semplicemente non fa più bene il suo mestiere.

La “responsabilità sociale” di cui tanto parla lo spirito dominante e conformista del nostro tempo è semplicemente adempiere nel modo migliore al proprio ufficio nel mondo. Saranno poi poi le buone leggi e la fiducia sociale, di cui anche l’imprenditore deve massimamente tenere conto, a evitare che i benefici “spiriti vitali” non traciminino e rechino danno alla comunità in cui si vive.

D’altronde, questi concetti, semplici ma forse controintuitivi, sono stati messi in luce in maniera chiara ed evidente proprio da quel filone di liberalismo cattolico che da Rossini a Lord Acton giunge fino a Luigi Einaudi e, ai i giorni nostri, a Michael Novak. Anzi è proprio a Luigi Einaudi che ho pensato stamane quando ho letto che il Papa, parlando alla folla degli operai dell’Ilva a Genova, sollecitando il loro applauso a buon mercato (e, con rispetto parlando, i titoloni di siti e giornali), ha, con una certa dose di demagogismo, condannato gli imprenditori che speculano.

Certo, Einaudi, liberale e cattolico, era, oltre che un galantuomo, una sorta di “provocatore di buon senso”, il che a tutta prima può sembrare un ossimoro ma non lo è. Era uno spirito anticonformista che nascondeva, dietro la semplicità dei ragionamenti e delle parole, una cultura profonda che forse Bergoglio semplicemente non ha e non vuole avere. Ma come non ricordare che egli, oltre che del profitto, tessé anche l’elogio dello “speculatore”? “Fa d’uopo -scriveva contro i critici che anche nel suo tempo non mancavano- riportare la parola speculazione al suo significato genuino; che è quello di chi guarda l’avvenire , e chi tenta, a suo rischio, di scrutare (speculare) l’orizzonte lontano e indovinare i tempi che verranno. Purtroppo gli speculatori veri sono rarissimi: la più parte di noi uomini comuni agisce come le pecore, che dove l’una V, le altre vanno. Ma quando tutti corrono in un verso, possiamo essere sicuri che quel verso conduce all’abisso. I rarissimi veri speculatori si sono voltati da un’altra parte in cerca di quegl’indizi che indicano la via della nuova produzione, dei nuovi gusti e quindi dei guadagni vantaggiosi agli speculatori e alla collettività”.

Ora, non si chiede al Papa di essere impopolare come amava essere Einaudi: verrebbe meno al proprio compito. Finora però la Chiesa cattolica, nei suoi massimi vertici, ha saputo sempre mediare fra le anime semplici e le idee dei grandi pensatori e teologi cristiani, fra la complessità del reale che esige finezza e la semplicità con cui esprimersi verso i più senza però ingannarli. Per il bene di tutti, e non solo della Chiesa, mi auguro che questa vitale tensione possa continuare ad esercitarsi.

Cosa penso delle ultime parole di Papa Francesco su imprenditori e speculatori

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