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Quali sono le ragioni di necessità e di urgenza del decreto del governo che ha abrogato i voucher? Se lo è chiesto Giuliano Cazzola. Abbiamo girato la domanda a Giorgio Santini, senatore Pd ed ex sindacalista della Cisl.

“L’urgenza c’è, i tempi del referendum erano talmente brevi che non si poteva fare diversamente. Certo, è una urgenza politica, è una scelta che il governo poteva fare o meno ma fare una legge per superarne un’altra è fondamentale visto l’oggetto del referendum”.

È stata una buona idea cedere del tutto alla richiesta dei referendari?

La radicalità del quesito dava un potere enorme ai richiedenti: il potere di giudicare anche la riforma che eventualmente potevamo fare. L’idea originaria non era quella di abrogare ma di modificare la norma. Ma se il governo avesse fatto una riforma dei voucher, riservandoli alle famiglie e per esempio facendo confluire alle imprese una modifica delle norme sul lavoro a chiamata, la Cassazione avrebbe potuto facilmente dire che non rispondeva al quesito dei promotori – che chiedevano una abolizione tout court dei voucher. Insomma: una nostra riforma avrebbe prodotto il rischio di votare un referendum sulla riforma, che a quel punto sarebbe stata inibita per sempre.

Insomma, lei dice che così non si rischia di buttare via il bambino con l’acqua sporca. Ma non sarebbe stato meglio allora sentire gli elettori?

Il referendum avrebbe avuto sicuramente il quorum, perché il governo non avrebbe potuto non far votare insieme alle amministrative. E il rischio è che gli elettori – anche per i furbi che ne hanno abusato – avrebbero bocciato per sempre qualsiasi riforma possibile.

E come sarà possibile ora fare una riforma?

Il governo non è appiattito su quel che chiedono i proponenti ma sceglie di tenere le mani libere per una riforma che – abrogati i voucher – darà risposte alle domande che oggi ci pongono cittadini e imprenditori, che ci chiedono come si fa ora. Guardi, lo sconcerto è tanto, questo ci tengo a dirlo, a testimonianza del fatto che quello dei voucher non è uno strumento che finora hanno usato solo i furbi. Io solo ieri a due incontri pubblici ho sentito almeno cinquanta persone che mi chiedevano: e adesso come facciamo? Penso a cittadini, imprenditori, esponenti del terzo settore. Segnalo per esempio che molte realtà associative – penso alla Diocesi di Milano – hanno creato dei fondi per sostenere chi si trovava senza lavoro. Queste realtà offrivano e offrono posti di lavoro che venivano pagati con i voucher. Questi, per esempio, come faranno?

Come si sono realizzati gli abusi finora?

Gli abusi si manifestavano in due modi: siccome l’unico modo per smascherare che c’è un abuso è che ci siano i controlli, se i controlli sono pochi è facile abusare. Prendiamo una pizzeria: io ho uno che lavora da mesi al nero, gli do un voucher, lui lo tiene in tasca. Poi, se viene l’ispettore del lavoro, lui lo tira fuori. Se l’ispettore è bravo chiede agli altri e cerca di capire se quello è lì per un lavoro di un’ora o se sta lavorando da mesi. Ma quante probabilità ci sono che un ispettore entri in una delle ottomila pizzerie italiane?

E poi?

L’altro limite era strutturale nella legge, nel senso che non c’era una percentuale massima di utilizzo rispetto al numero dei dipendenti, come accade invece per altri contratti come i contratti a tempo determinato rispetto a quelli a tempo indeterminato. Così un albergo su una riviera poteva far lavorare per due mesi un certo numero di dipendenti, stando nei limiti di compenso previsti. Per questo le associazioni che raggruppano le imprese turistiche sono furibonde. Non violavano la legge, che proprio non conteneva limiti, ma ovviamente su questo mancato limite si dovrà intervenire. Da ottobre scorso era in vigore una vera tracciabilità che aveva determinato un certo rallentamento dell’utilizzo dei voucher, perché tu dovevi comunicare sessanta minuti prima dell’utilizzo al Ministero del lavoro e questo rendeva più difficile la vita ai furbi.

In futuro verso cosa si dovrà andare?

Per le famiglie dovrà rimanere qualcosa di simile a quello che c’è oggi. Io, insieme al deputato Dell’Aringa, ho fatto anni fa una proposta di legge un po’ copiata dal modello francese, dove i cittadini pagano con voucher servizi come il lavoro di cura, ma hanno un consistente aiuto fiscale e contributivo. Lì si è creato un mercato del lavoro in chiaro e positivo, si sono creati nei primi anni 150 mila posti di lavoro all’anno. Le famiglie non pagano tasse fino a un certo tetto (400 euro al mese circa). Ovviamente è una cosa che costa. In Italia costerebbe un miliardo circa ma genererebbe effetti positivi in termini di emersione e quindi al netto costerebbe circa 400 milioni. Può darsi che questa nostra proposta – vista anche l’attualità del tema denatalità e aiuti alle famiglie – possa tornare attuale in questi mesi. Per le imprese si dovrà pensare a strumenti diversi, magari evitando di usare la parola voucher…

C’è il rischio che il provvedimento, in fase di conversione, cambi, anche per le perplessità dei centristi?

Il rischio c’è e sarebbe sbagliato alimentarlo. L’unica strada che il governo ha per evitare incidenti di percorso è che prepari subito un disegno di legge che proceda in parallelo, in cui si chiarisce verso dove si vuole andare per affrontare il tema del lavoro accessorio. Si può fare in pochi mesi. Ovviamente ci vuole la volontà politica.

Il governo chiederà la fiducia?

Sia il governo che il Parlamento vorrebbero sempre evitarla, perché è antipatica. In questo caso dipende dal comportamento del Parlamento e, in particolare, delle opposizioni. È chiaro che se ci sono 250 mila emendamenti è inevitabile, se ce ne sono 25 si può fare in Aula presto e bene.

@paolomartini

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