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Una vittoria a metà quella di Theresa May, costretta dopo il voto di ieri ad avvalersi del sostegno degli unionisti nordirlandesi del Dup per raggiungere la maggioranza. Ma quanto durerà il nuovo governo? Per Ivo Ilic Gabara – ceo di Gabara Strategies, già giornalista del Wall Street Journal, e comunicatore e fundraiser per la campagna di Gina Miller volta a contenere gli effetti di Brexit – intervistato da Formiche.net, questo risultato segna la disfatta politica definitiva per il primo ministro. Rifiutata dai giovani, che hanno assicurato una presenza consistente alle urne preferendole Jeremy Corbyn, prima o poi, scommette l’analista, May verrà messa ai margini anche dal suo stesso partito. Cosa ha giocato a suo sfavore? “Slogan deboli, un avversario che ha saputo intercettare l’elettorato con una campagna onesta e coerente, e il rifiuto dell’hard Brexit”, spiega. Intanto l’orologio di Brexit corre e il tempo dei negoziati si riduce sempre di più, mentre il Regno Unito si scopre fragile.

PERCHÈ THERESA MAY HA PERSO TERRENO

La perdita di voti del primo ministro britannico, secondo Gabara, affonda le radici in due momenti precisi: il 30 marzo, quando May ha “preso la decisione precipitosa” di invocare l’articolo 50 avviando due anni di negoziato per Brexit e il 18 aprile, giorno in cui ha convocato le elezioni anticipate prendendo tutti di sorpresa. “Ieri entrambe le decisioni si sono rivelate scellerate. Il partito conservatore è una monarchia assolutista e regicida e gli errori che Theresa May ha fatto non le verranno perdonati”. Il fattore principale che ha condizionato l’esito di queste elezioni è stata la grande affluenza dei giovani, penalizzati dal referendum: “Il loro futuro in Europa è stato messo in discussione”, dice Gabara, “adesso si sono riscattati e hanno punito Theresa May e il partito conservatore che volevano l’hard Brexit”. A costarle la maggioranza, però, anche la visione di questa elezione come un referendum pro o contro di lei, oltre agli “slogan deboli come Brexit means Brexit, Strong and stable”. Da questa mattina, insomma, per Gabara, May è “un leader ferito mortalmente” ed è solo questione di tempo, prima che “i tories la spazzino via”.

L’IMPATTO DEL VOTO SU BREXIT

Ciò che succederà d’ora in poi è tutto da vedere: “È possibile che ci sia un ulteriore referendum, ma è altrettanto probabile un’elezione generale, che potrebbe aver luogo già a ottobre”. La prima cosa che può succedere è che “il negoziato non inizierà il 19 giugno come previsto, dato che May non avrà l’autorità per negoziare, né può dare garanzia di essere presente a Downing Street quando il negoziato verrà concluso e bisognerà approvarlo. Per alcuni sarebbe opportuno sospenderlo finché non si sa chi sarà al governo e quindi chi potrà garantire la posizione del Regno Unito durante tutto il percorso”. Nel frattempo l’orologio della Brexit va avanti, i due anni necessari per i negoziati stanno passando rapidamente e l’incertezza politica non ha su questi alcun impatto tecnico: “Continuiamo a perdere tempo prezioso, partendo da una posizione dalla quale non si sapeva nulla su quali fossero gli obiettivi del regno Unito e su cosa si desidera ottenere a Bruxelles”.

LA RIMONTA DI CORBYN

Il riscatto di Jeremy Corbyn è dovuto a due elementi, prosegue Gabara: “Ha condotto una campagna elettorale coerente, onesta e forte ed è stato sostenuto dai giovani. Corbyn ha saputo agganciare l’elettorato ed è rimasto coerente con la propria visione politica e la sua passione. Anche se il partito laburista nel proprio manifesto ha promesso tante cose per le quali non c’è budget, quando si promettono aumenti di pensioni, università gratuita e alloggi popolari, l’elettorato risponde”.

BREXIT EXCHANGE

Gabara è anche uno degli animatori di Brexit Exchange, un’iniziativa che vede coinvolte le confederazioni industriali tedesca e britannica (anche Confindustria è stata invitata a partecipare) e che mira a dar voce al mondo delle imprese, nell’ambito dei negoziati di Brexit: “Brexit Exchange punta a riempire un vuoto che si è creato nell’epoca May. Fino a undici mesi fa esisteva un dialogo frequente fra Downing Street e l’industria, con riunioni quasi mensili, ma da quando è diventata primo ministro, ha tenuto soltanto due riunioni nel 2016 e nessuna nel 2017. L’industria si è ritrovata priva di una voce a Downing Street ed è in questo vuoto che ci siamo inseriti noi. Vogliamo ragionare”, continua, “su cosa ci si aspetta da una Brexit ragionata e informata, e ci riproponiamo di passare queste informazioni al governo, fornendogli soluzioni ai problemi che sta per affrontare. Se si passa a un’elezione generale a ottobre i 18 mesi di negoziato verranno drasticamente ridotti, quindi è ancora più giustificato il ruolo dell’imprenditoria e della realtà economica nell’informare un governo che non avrà il tempo di prepararsi adeguatamente per i negoziati di Bruxelles”.

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