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Finora i mercati sono rimasti calmi. In prudente attesa. Nell’imminenza dello spoglio che portò alla vittoria del No, non mancarono le tensioni. In pochi minuti l’euro subì una svalutazione consistente, perdendo circa l’1,7 per cento nei confronti del dollaro. Movimento replicato nei confronti dello yen. In questo caso la svalutazione fu della stessa entità. E vi fu chi, come Il Sole 24 ore, si affrettò a predire l’inevitabile: “Secondo alcuni analisti tecnici la discesa della moneta unica europea a quota 1,05 potrebbe aprire a un ribasso fino a 1,025 e da lì verso la parità nei confronti del biglietto verde”. Insomma una piccola catastrofe. Il caos italiano rischiava di mettere in discussione la stessa tenuta della moneta unica.

Senonché quella catastrofe annunciata ha retto solo poche ore. Già all’alba il movimento era rientrato. Il dollaro e lo yen invertivano il senso di marcia per svalutarsi progressivamente e raggiungere valori inferiori al day after delle elezioni americane. A dimostrazione del grande sonno degli animal spirits che muovono i mercati. L’andamento degli spread, sui titoli italiani, era stato ancora più sonnacchioso. Movimenti minimi ed una progressiva caduta. Con quel differenziale rispetto ai bonos spagnoli – termine di riferimento obbligato per la crisi italiana – incollato sui 50 punti base. Ed a pensare che solo qualche giorno prima, autorevoli giornali stranieri – pensiamo al Financial Times – avevano preannunciato l’inevitabile catastrofe, qualora gli italiani avessero votato contro una riforma costituzionale più che discutibile.

“Nulla di nuovo”, quindi, “sul fronte occidentale”: il bel libro di Enrich Maria Remarke che le milizie naziste gettarono al rogo. Le difese approntate hanno finora funzionato. E nessuno ha avuto il coraggio di sfidare, impunemente, quella rete di sicurezza, non solo economica e finanziaria, stesa intorno all’Italia per proteggere non solo il nostro Paese. Ma il destino di un intero Continente. Come è facile vedere nello stesso comportamento dell’Ecofin – riunito il giorno successivo – che ha sospeso il suo giudizio sulla situazione finanziaria italiana. Se ne riparlerà il prossimo marzo, quando sarà più chiaro lo sbocco della sua crisi politica.

Se finora è andata bene, questo non significa poter dormire sugli allori. Siamo come quel tizio che si buttò dal ventesimo piano e mano mano che cadeva, prima dell’impatto fatale, si diceva: per il momento tutto bene. Per evitare l’inevitabile epilogo è bene non scherzare con il fuoco. Basterebbe, infatti, una piccola defaillance nel paracadute internazionale per determinare un brusco risveglio. Ed allora è bene che la politica – quella vera e non il cicaleccio quotidiano – si svegli. È necessario rispondere, in tempi rapidi, alla prova di maturità degli elettori, la cui massiccia partecipazione al rito referendario rappresenta un grido che sarebbe da incoscienti ignorare.

Purtroppo la situazione è ancora dominata dalla tattica. Carte coperte. Riunioni di partito. Proposte buttate lì, come in un tavolo da poker. Nella speranza di far scoprire l’avversario. Va ancora bene. Ma il tempo è tiranno. Tirare troppo la corda, potrebbe significare agitare un drappo rosso di fronte a chi finora è rimasto in prudente attesa. Se gli italiani – questo il retro pensiero – sono tanto pazzi da sacrificare tutto al gioco della politica politicante, perché non approfittarne. Per molto meno George Soros, nel lontano 1992, impegnò una parte soltanto del suo ingente patrimonio per attaccare la sterlina inglese, facendo crollare l’intera impalcatura dello Sme: l’allora sistema monetario europeo.

Dovrebbero essere questi i pensieri ed i timori dell’establishment politico italiano. Speriamo, almeno, che siano, se non altro, reconditi. Anche se non se ne vede traccia. L’impegno prevalente sembra, invece, essere tutt’altro. Nel PD è la notte dei lunghi coltelli. Con le diverse anime in rivolta alla ricerca di un loro specifico posizionamento. Matteo Renzi gioca a spiazzare gli avversari, sperando di rimanere, comunque, in sella. Ma anche sul fronte opposto le cose non vanno meglio. Forza Italia è tutta presa a guardarsi le spalle. Sente sul collo il fiato di Matteo Salvini. E quindi preferisce, al momento, l’Aventino. Al momento: perché Silvio Berlusconi ci ha, ormai, abituato agli improvvisi cambiamenti. Chi potrà mai dimenticare il voto di fiducia, per quanto “sofferto” espresso nei confronti del Governo Letta, nell’ormai lontano 2013, che spiazzò i falchi del suo partito.

Tutto bene, comunque. Almeno per ora. Ma non può durare. Sergio Mattarella ha iniziato le consultazioni. La crisi uscirà dai santuari dei partiti. Le procedure previste dalla Costituzione renderanno pubbliche le diverse posizioni. E l’elettorato sarà messo in condizione di giudicare. Attenti, quindi, alla sindrome di Celestino V. Colui che “fece per viltade il gran rifiuto” (Dante Alighieri). Per finire all’inferno.

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