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Nessuno sa come andrà a finire la caduta senza rete (finora) del Monte dei Paschi di Siena. E nessuno sa ancora che cosa potrà fare il governo con il sostegno della Banca d’Italia per costruire quella rete pubblica che ne eviti il crollo. Ma una cosa è certa: dai Monti bond in poi, il mercato ha cominciato un braccio di ferro con lo Stato, la mano privata ha sfidato la mano pubblica, ne ha saggiato la forza e la determinazione. Nel momento in cui è apparso chiaro che Mps non si regge senza un intervento del governo, il mercato ha cominciato a giocare contro e lo farà fino al momento in cui il Tesoro direttamente o indirettamente prenderà il controllo della banca senese. Si poteva evitare? Forse sarebbe stato meglio fin dall’inizio un intervento pubblico chiaro, diretto e temporaneo (il modello svedese che oggi è stato riscoperto).

Più in generale, la lezione Mps la dice lunga sugli errori a catena compiuti nell’indispensabile processo di privatizzazione delle banche italiane. E’ utile rileggere Enrico Cuccia in uno sei suoi ultimi interventi organici nel lontano eppur attuale 1997, pubblicato dalla Fondazione Ugo La Malfa (lo si trova nel sito della Fondazione, ma è stato pubblicato anche per i tipi di Aragno insieme ad altri scritti sotto il titolo “Promemoria di un banchiere d’affari”). Proviamo a riassumerlo per sommi capi:

  • Ai primi cinque gruppi bancari, tutti pubblici, faceva capo allora il 60% della raccolta e il 64% degli impieghi. Il loro capitale netto ammontava a 42.571 miliardi di lire (circa 21 miliardi di euro). “Supponendo di procedere alla formazione di gruppi imprenditoriali che controllino il 20-25% del capitale – scriveva Cuccia – occorrerebbe reperire investitori a carattere permanente disponibili a impiegare un importo dell’ordine di 8.500-10 mila miliardi di lire; oltre ai quali dovrebbero essere offerti al mercato valori per 32-34 mila miliardi di lire; si tratta di cifre cospicue che impongono di rispettare una ragionevole gradualità”.
  • Parte rilevante del sistema era rappresentato dalle Casse di risparmio che “corrispondono dividendi in massima parte alle Fondazioni le quali destinano una parte degli utili a scopi benefici e culturali – cioè scopi che in parte possono essere utilizzati anche per rafforzare il prestigio dei dirigenti delle stesse casse presso i loro padrini politici – e non debbono sottoporre alle assemblee i risultati del proprio operato, Né hanno amministratori che svolgano il loro compito sapendo che partecipano alla gestione di un affare in cui hanno investito i loro soldo”.
  • Per un serio programma di privatizzazione, oltre alla disponibilità di capitali, piuttosto cospicui, “occorre che siano forniti da imprenditori bancari”. E’ “erroneo il convincimento che la gestione degli affari bancari possa essere assicurata senza particolare esperienza… Non si può dimenticare che in passato importanti gruppi industriali si sono assicurati il controllo di banche unicamente quali strumenti ancillari della loro espansione”.
  • La maggior parte degli istituti di credito da privatizzare “fanno capo a Fondazioni sottoposte all’influenza determinante di strutture politiche regionali e locali, con interessi e orientamenti che possono mirare ad introdurre nelle trattative condizionamenti in contrasto con le esigenze delle operazioni di privatizzazione. Queste operazioni non possono che essere condotte dal Tesoro quale unica contropartita delle Fondazioni”. E’ il Tesoro che “d’accordo con la Banca d’Italia e secondo criteri di massima fissati in una legge” stabilisce il prezzo da corrispondere alle Fondazioni da regolare in titoli di stato ad hoc”. L’importo dovrà essere utilizzato dal tesoro per l’ammortamento di un corrispondente ammontare di debito pubblico.
  • La privatizzazione delle banche “non può prescindere da un ricollocamento presso il Tesoro delle quote costituenti il capitale della Banca d’Italia”. L’acquisizione dovrà avvenire in un’unica soluzione coperta con il collocamento di un pari importo di titoli di stato.
  • Su quest’ultimo aspetto è aperta una discussione che ci porta in questo momento fuori tema, Ma è evidente che gli altri quattro punti hanno a che fare, e molto, sia con la crisi del Mps sia con la debolezza delle banche italiane quelle già privatizzate e quelle in via di trasformazione, come le popolari e le cooperative, grazie alla riforma che ha visto la luce con oltre dieci anni di ritardo.

Nel caso Mps proprio quella logica che Cuccia attribuiva alle fondazioni ha segnato la rovina della banca e della fondazione stessa (si pensi alla folle acquisizione dell’Antonveneta nel 2007, al prezzo e ai modi in cui è avvenuta). In generale, l’incapacità di affidare al Tesoro il ruolo guida nella privatizzazione, ha creato quegli “ircocervi” dei quali ha parlato più volte lo stesso Giuliano Amato autore della legge sulle banche. E’ di oggi la notizia che la Compagnia Sanpaolo non ha intenzione di vendere la propria quota del 9,3% che la rende azionista numero uno del gruppo Intesa, anche se assorbe il 53% del proprio patrimonio. Del resto, in questo momento in cui le banche italiane sotto sott’attacco, che alternativa avrebbe? Quanto ai nuovi “imprenditori bancari”, basta dare un’occhiata al capitale di Unicredit, l’unica banca sistemica italiana, per avere conferma delle preoccupazioni avanzate da Cuccia su chi dovrebbe controllare e gestire le banche e con quale “particolare esperienza”.

L’analisi del fondatore di Mediobanca risentono della sua formazione negli anni ’30 alle prese con le grandi crisi bancarie di allora, hanno dietro la lezione di Beneduce e Menichella, e rispondono a una concezione che potremmo definire dirigistica, secondo la quale spetta alla mano pubblica consegnare le banche in mani private dettandone le condizioni. Si può discutere impostazione teorica e soluzioni, eppure mai come in questo momento c’è bisogno che il governo intervenga secondo un disegno coerente, assumendone la guida. Perché il mercato è razionale, soprattutto quando lo Stato non lo è.

Stefano Cingolani

Banca Etruria

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