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Questa volta la ciambella non sembra riuscita col buco in una Forza Italia rinfrancata dalle buone notizie sulla convalescenza di Silvio Berlusconi ma divisa più del solito su quello che i giornali, a torto o a ragione, hanno rappresentato come il “commissariamento” da parte dell’azienda del leader. Una rappresentazione, questa, che è già scomoda di suo per tante comprensibili ragioni, fra le quali la paura di fornire altri argomenti agli avversari o concorrenti, ma che il presidente di Mediaset ha finito per aggravare riproponendo più impegnativamente del solito una svolta politica con “qualcosa che assomigli” al vecchio “patto del Nazareno” fra Berlusconi e Renzi. I quali dovrebbero sentire l’obbligo di ricompattarsi di fronte alla crisi europea, aggravata dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, e al nemico comune Beppe Grillo. Che ha appena sorpassato di due punti nei sondaggi Demos il Pd sull’onda dei successi conseguiti nelle elezioni amministrative di giugno, nonostante le difficoltà, a dir poco, incontrate dalle sindache, o sindachesse, pentastellate di Roma e Torino nella formazione delle loro giunte.

Gli amici del Foglio hanno salutato l’intervista di Confalonieri cantando, con il direttore Claudio Cerasa, “Un’estate al Nazareno, oh oh”. E rilanciando una vecchia raccolta di firme fra i lettori per un ritorno a qualche forma di collaborazione parlamentare con Renzi, come ai loro tempi fecero persone così diverse fa loro e dai leader attuali come Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, pur non citati dai foglianti ma inconsapevolmente evocati quando il successore di Giuliano Ferrara ha scritto che bisogna “costruire, riformare, disinnescare le mine antisistema e poi competere e giocarsi la partita da posizioni riformiste e non populiste”. Ciò che appunto decisero di fare nel 1976 Moro e Berlinguer, alle prese con terrorismo, crisi economica e risultati elettorali inconcludenti, ma finendo l’uno per essere ucciso dalle brigate rosse e l’altro per tornare all’opposizione con una linea ancora più combattiva di prima. E ciò nel giro di soli due anni e mezzo.

Sul versante di Forza Italia Confalonieri è riuscito a fare il miracolo di una risposta negativa e convergente dei due capigruppo parlamentari, Paolo Romani al Senato e Renato Brunetta alla Camera, di solito in disaccordo fra loro. E la deputata Deborah Bergamini, ricevendo solidarietà impreviste, è riuscita all’ultimo momento a salvare, almeno per ora, l’incarico di portavoce del partito dopo avere rischiato di perderlo con l’accusa, a dir poco ingenerosa e autolesionistica per lo stesso Berlusconi, di avere praticamente imposto all’ex Cavaliere la perdente alleanza elettorale a Roma con Alfio Marchini. Il troppo, come si sa, stroppia.

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Ho il sospetto, per quello che mi è capitato di sapere e di vedere del complesso mondo berlusconiano, che lo stesso Berlusconi stia chiedendosi se davvero gli convenga tornare a tempo pieno alla politica, e non profittare invece saggiamente dell’occasione offertagli dalle raccomandazioni dei medici che lo hanno in cura, per defilarsi. O, come reazione opposta, di cui è capace, per mandare tutti a quel paese e “abbandonare Forza Italia”, come gli attribuisce Francesco Bei sulla Stampa: lo stesso giornale, peraltro, al quale Confalonieri ha voluto affidare i suoi consigli non immaginando forse le reazioni che poteva provocare in un momento di grande incertezza, confusione e anche paura. Un momento, per esempio, in cui la già citata Demos attribuisce a Forza Italia e Lega insieme un faticoso 12 per cento di voti.

Va tuttavia detto con onestà che, pur in sella più di Berlusconi, sotto tutti i punti di vista, anagrafici e politici, anche Matteo Renzi ha i suoi problemi, fuori e dentro il proprio partito. Fuori, per le tentazioni che avverte persino Angelino Alfano, definite “incredibili” dal presidente del Consiglio, di scendere dalla barca del governo, come gli chiedono in molti nel Nuovo Centro Destra, o come diavolo bisogna chiamarlo dopo le convergenze con altri centristi, se Renzi non si decidesse alla “spersonalizzazione” del referendum sulla riforma costituzionale e ad accettare una modifica della nuova legge elettorale della Camera, con quel premio di maggioranza destinato alla lista più votata, anziché alle vecchie coalizioni, dove i partiti piccoli si sentono più tutelati. Dentro il Pd Renzi si trova di fronte alle stesse richieste esterne, avanzate però dalle minoranze di sinistra e dal suo pericolante alleato Dario Franceschini, non certamente nuovo a ribaltare gli equilibri interni.

Dietro la facciata di orgogliosi rifiuti, o di aperture modestissime, quasi impercettibili, che bisognerà verificare nella riunione della direzione del partito del 4 luglio, Renzi ha lasciato intendere nei giorni scorsi riservatamente a più di un interlocutore di potere anche aprire davvero. E fare così contento anche il dubbioso presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e il preoccupato presidente effettivo Sergio Mattarella. Ma Grillo gli sta complicando terribilmente la partita.

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Ringalluzzito prima dai risultati delle elezioni amministrative e poi dal sorpasso sul Pd attribuitogli da Demos, il fondatore e “garante” del MoVimento 5 Stelle ha dato a Renzi del “baro da due soldi” e del cane “con la coda fra le gambe” proprio per la tentazione di cambiare la legge elettorale allo scopo di scongiurare che le liste pentastellate, forti proprio perché solitarie, vincano al prossimo giro elettorale.

Se vi è una cosa che rende in politica, è il vittimismo. Accreditare la versione grillina delle “Camere a disposizione di Renzi, al costo di 100 mila euro al giorno” per approvare leggi al solo scopo di danneggiare gli avversari, potrebbe essere per il presidente del Consiglio la classica autorete. E obbligarlo persino a un’autorete peggiore.

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