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La notizia del petrolio low cost sembrerebbe positiva, soprattutto per i consumatori, che risparmiano sul carburante e beneficiano di prezzi più economici per molti prodotti e servizi. Per i Paesi esportatori di petrolio, invece, la caduta del prezzo del petrolio è un incubo; motivo per cui, persino alcuni Stati benestanti si vedono costretti a stringere la cinghia per affrontare la crisi petrolifera.

LA CRISI SAUDITA

È il caso dell’Arabia Saudita, uno dei principali produttori ed esportatori di petrolio. Il Paese ha registrato un aumento record del deficit pubblico: 367 miliardi di riyals saudi (89 miliardi di euro), pari a circa il 15% del Pil. L’aumento, rispetto al deficit dell’anno precedente, è stato del 300%.

Poiché – è chiaro – le finanze del governo saudita stanno risentendo dalla caduta del prezzo del barile, Riad ha approvato un piano di austerity che include tagli alla spesa pubblica, riforme sui sussidi energetici e un aumento di tasse e privatizzazioni.

L’INVITO A RISPARMIARE

In documento ufficiale – al quale l’agenzia Reuters ha avuto acceso – il governo centrale saudita invita tutti i ministeri a diminuire le spese di almeno il 5%, al fine di “ridurre i costi e aumentare l’efficienza”. La proposta è stata elaborata dal ministero dell’Economia e prevede che siano rinegoziati molti contratti, inclusi quelli sull’edilizia, per riequilibrare le spese del 2016. Ogni ministero potrà decidere su quali contratti intervenire, ma il risultato dovrà essere un risparmio di almeno il 5%. Una novità introdotta nel piano di spending review saudita stabilisce, poi, che nessun ministero, o membro del governo, potrà firmare nuovi contratti senza l’approvazione del ministero delle Finanze.

TAGLI ALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Riad ha deciso anche di aumentare i prezzi dei prodotti derivati dal petrolio e altri combustibili. Il costo del gas destinato al consumo interno sarà maggiorato del 50%, mentre gli utenti attivi nel settore agricolo e commerciale vedranno aumentare la bolletta dell’elettricità del 25%. Gli interessi dei cittadini, insiste il governo nel documento, non saranno toccati. Le sovvenzioni per l’acqua e l’energia, previste per il 2016, così come gli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione, saranno rivisitati.

ERRORE STRATEGICO

Tra le cause della caduta del prezzo del petrolio c’è la volontà dell’Arabia Saudita di ostacolare certi progetti destinati a innovare l’estrazione del petrolio, primo tra tutti il fracking – letteralmente fratturazione idraulica – praticato dagli Stati Uniti. Secondo l’editorialista del New York Times Andrew Scott Cooper, questa mossa, però, si sarebbe rivelata dannosa per i Sauditi stessi, che volevano fare del greggio l’ago della bilancia nella guerra tra Sunniti e Sciiti. “La tattica di inondare con eccedenti di petrolio i mercati saturi si potrebbe paragonare a una guerra economica, l’equivalente a una bomba lanciata contro il rivale”, ha scritto in un articolo Cooper.

IL VERTICE A DOHA

L’attuale prezzo del petrolio ha spinto i Paesi produttori a sedersi al tavolo delle trattative, per cercare una soluzione alla crisi. I membri dell’Opec – e non solo –  si riuniranno il 17 aprile a Doha e valuteranno la possibilità di arrestare la produzione del greggio per farne salire il prezzo.
L’incontro giunge dopo l’accordo siglato a gennaio tra Arabia Saudita, Venezuela, Russia e Qatar, già allora destinato a frenare la produzione dell’oro nero. “Fino ad oggi hanno confermato la partecipazione 15 produttori che rappresentano il 73% della produzione mondiale”, ha detto il ministero dell’Energia del Qatar. L’Iran, però, ha avvertito che non ci sarà.

ARABIA SAUDITA BANCONOTA

Come procede la spending review dell’Arabia Saudita

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