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Frank Underwood è il prototipo del politico cinico e la serie televisiva House of Cards è, appunto, un monumento al cinismo della politica. Potrebbe trattarsi di una storia italiana, di una eredità del nostro machiavellismo. E invece nasce in Inghilterra e mette radici negli Stati Uniti, laddove la politica rivela a volte tratti di sconcertante ingenuità. Naturalmente si può mettere tutto sul conto della preponderanza – non solo economica – dell’industria audiovisiva americana, della sua capacità di parlare un linguaggio universale, più globale di tanti altri. Oppure confinarla nel reame dell’immaginazione, dove tutto è virtuale e non sempre si è tenuti a corrispondere alla realtà. O magari, invece, ci si può divertire a intrecciare quel copione con quello delle imminenti elezioni per la Casa Bianca. In fondo c’è qualcosa di Underwood nella glaciale professionalità di Hillary Clinton, e qualcosa perfino nella rude aggressività di Donald Trump. E la coincidenza tra la nuova serie e la partenza delle carovane presidenziali promette di scoprire altre assonanze.

Resta il fatto che stiamo parlando di una serie televisiva americana che incarna quello spirito fiorentino di cui dovremmo essere noi i principali depositari. E invece no. Da noi, infatti, è come se House of Cards fosse la realtà della politica senza mai riuscire a diventare anche la sua immaginazione. Una realtà fortunatamente edulcorata, a dire il vero. I nostri piccoli Underwood sono meno votati al cinismo di quanto non sia il loro modello. Alcuni magari ne fanno di cotte e di crude, diciamo così. Ma nessuno raggiunge il livello di amoralità e di spregiudicatezza che Kevin Spacey si diverte a mettere in scena. E per quanto si affacci ogni tanto alla ribalta qualche narratore intento a descrivere la nostra politica come la sentina dei peggiori vizi, la somma dei nostri difetti pubblici resta pur sempre entro confini ragionevoli, anche se non proprio encomiabili.

Ma poi, invece, il racconto della nostra politica procede lungo percorsi che vorrebbero essere fin troppo edificanti e virtuosi. Non c’è leader che di questi tempi non attinga copiosamente ai registri della demagogia, del populismo, della troppo facile ricerca di popolarità. Non c’è leader – o gregario – che non ostenti i suoi meriti, la sua dedizione, la sua cura del bene comune. Non c’è uomo di potere che non manifesti un distacco perfino sdegnato dalla pratica dei rapporti di forza che pure è inesorabilmente connaturata alla sfida politica. Uno straordinario esercizio di ipocrisia accompagna la politica italiana nella sua vana ricerca di catarsi. Forse è per questo che nessuno si dedica a pensare una House of Cards “de noantri”. Perché appunto il linguaggio del potere ambisce a essere politically correct. E la sua trasfigurazione fantasiosa non può ricalcare questa sua ambizione senza diventare un inverosimile e un po’ noioso racconto di circostanza.

Negli Stati Uniti House of Cards fa da contrappunto malizioso e fin troppo immaginifico a una contesa politica che vorrebbe essere capace di una certa ingenuità. Certo, i candidati si scambiano fendenti di una certa inevitabile durezza. Ma gli elettori, tutto sommato, tendono a dare un certo credito alla loro buona fede. Li passano al registro della loro iniziale severità, è vero. Ma poi finiscono per votarli con uno stato d’animo meno smaliziato. Essi credono alla retorica pubblica che suona verosimile anche quando non è del tutto vera.

Da noi, al contrario, il discorso pubblico cerca, per quanto è possibile, di essere inappuntabile, almeno nelle parole della sua retorica, mentre la nostra prassi politica ricalca copioni, diciamo così, più discutibili. Noi mandiamo in scena una sorta di House of Cards in miniatura, senza certe sue esagerazioni, nella nostra quotidianità politica. E dunque evitiamo poi di riprodurla una seconda volta nella nostra immaginazione televisiva. Tendiamo a raccontare e magnificare la protesta, e magari l’indignazione, per il potere del giorno prima, quello di ieri. Ma al potere di oggi riserviamo un’occhiata distratta, o magari perfino riguardosa. Non ci piace descriverlo, raccontarlo, immaginarlo. Se non all’indomani della sua caduta. Lo specchio del potere ci mette apprensione. Così, per scaramanzia non lo gettiamo per terra. E per prudenza cerchiamo di non guardarlo più di tanto.

L’America ingenua e credulona racconta una politica che conosce poco e che pratica meno di altri: quella dell’intrigo, della doppiezza, del cinismo. Lo fa perché quello specchio non la riflette e non la racconta più di tanto. Ai tempi di Nixon – che pure era molto meglio di come è stato descritto – non sarebbe stato possibile. È solo l’apparente innocenza della politica americana che autorizza a farne una caricatura inverosimile. Tanto da non risvegliare, al fondo, nessun problema di coscienza. Non a caso Barack Obama ha dichiarato di divertirsi un mondo nel seguire House of Cards. A conferma che da quelle parti realtà e immaginazione sono divise da un confine rigoroso. Da noi invece la politica è ben più smagata. Certo, nessun Underwood italiano getterebbe una cronista indiscreta contro una metropolitana in corsa. Ma molti altri tra i nostri potenziali Underwood manovrerebbero il proprio presidente per spingerlo sull’orlo del baratro, oppure giostrerebbero con disinvoltura tra i candidati alla carica di capogruppo mettendoli uno contro l’altro. All’occorrenza, vantandosene pure.

Il cinismo è un ingrediente inesorabile di qualsiasi politica. Ma non può rappresentare tutta la politica, e neppure la sua parte preponderante. Ha bisogno di una sorta di bilanciamento. Se esso viene praticato in dosi massicce, si consiglia di non replicarlo mandandolo in onda in prima serata. Se invece lo si pratica con moderazione, allora viene più facile la tentazione, e il gusto, di rivederlo alla televisione.

Ricordo di aver letto una biografia di Talleyrand che metteva in mostra tutti i suoi difetti. Ma poi aggiungeva: se fosse stato davvero così spregevole, così divorato dall’ambizione, così sfacciatamente doppio, avrebbe trovato il modo di mascherarli, quei difetti. Lasciando che tutti se ne rendessero conto, in fondo, il duca dava prova di una sorta di paradossale onestà intellettuale. Il vero brigante è quello che si traveste da gentiluomo. Mentre lui era brigante, sì, ma solo fino a un certo punto. Tutta questione di misura, appunto. Quella di Talleyrand. Quella di Underwood. La loro. E la nostra.

Articolo pubblicato sulla rivista Formiche

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