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C’è qualcosa che agita il mondo delle Bcc in questi giorni di febbraio. Certo, la riforma appena firmata dal Capo dello Stato era attesa, dopo mesi di dibattito dentro e fuori il credito cooperativo. Eppure, il meccanismo del cosidetto way out, ovvero la possibilità di non aderire alla holding unica, in cambio della trasformazione in spa e dell’obbligo di dotarsi di almeno 200 milioni di euro di riserve, su cui dovrà pagare il 20% di tasse, ha mandato un po’ di traverso la riforma ai banchieri del credito cooperativo. Ne è convinto pure Francesco Liberati, presidente della Bcc più grande d’Italia (12 miliardi di attivi), quella di Roma. Liberati è da sempre un forte sostenitore della capogruppo unica, ma in questa conversazione con Formiche.net, accetta di analizzare quello che sembra quasi un difetto di fabbrica della riforma.

PERCHE’ IL WAY OUT HA RESO UN PO’ INDIGESTA LA RIFORMA

Il banchiere parte da una premessa. “L’impianto della riforma proposta dalla Federcasse è stato sostanzialmente accolto e di questo siamo soddisfatti”. Il governo dunque, secondo il numero uno della Bcc di Roma, non ha totalmente deragliato nella stesura della riforma, mantenendosi dentro i confini indicati dalla federazione delle Bcc, che ha fornito a Palazzo Chigi un impianto di riforma. Eppure, qualcosa ancora non va.  “La novità inaspettata è il cosiddetto meccanismo di way out, ovvero consentire alle Bcc con una dotazione patrimoniale di almeno 200 milioni di trasformarsi in spa con un affrancamento del 20% delle riserve indivisibili”. Un aspetto peraltro osteggiato, seppur con altri toni, da un altro esponente del mondo cooperativo come Maurizio Ottolini, vicepresidente di Confcooperative. Secondo Liberati, “questo meccanismo fa sorgere dei dubbi in quanto va in controtendenza rispetto al quadro normativo attuale che regola l’attività delle Bcc prevedendo, come per qualsiasi cooperativa, in caso di scioglimento o trasformazione, che si debbano devolvere le riserve, che costituiscono normalmente la stragrande parte del patrimonio, ai fondi mutualistici per lo sviluppo della cooperazione”. In altre parole, è il ragionamento del banchiere, “le riserve patrimoniali sono indisponibili, non sono di proprietà dei soci”. Questo decreto, al contrario, “consentirebbe, dietro pagamento di un’imposta del 20%, la privatizzazione del patrimonio a favore dei soci della costituenda spa“. Secondo Liberati, dunque, il way out rischia di snaturare l’essenza stessa della cooperazione, mettendo il patrimonio non più a servizio dei tanti soci delle Bcc, bensì nelle mani di pochi azionisti.

I RISCHI DI TRASFORMARSI IN SPA

Che il way out non piaccia un granchè al credito cooperativo lo si è capito. Anche perchè c’è un potenziale effetto collaterale che potrebbe scaturire da tale misura. Una spaccatura delle Bcc, tra chi aderirà alla capogruppo unica e chi invece ricorrerà al way out pur di non entrarci. In questo senso Liberati è però piuttosto ottimista e non vede almeno per il momento un simile scenario e il perchè lo spiega lo stesso banchiere. “Al momento non sono molte le banche che hanno annunciato di intraprendere la via del way out, una strada ardua anche per una banca forte e patrimonializzata come Bcc Roma. Una volta che una Bcc sia diventata spa non credo possa rimanere a lungo indipendente in un contesto di mercato come quello attuale. Nel giro di pochi anni potrebbe essere facilmente assorbita da un grande istituto, perdendo completamente la propria identità, cosa che invece non accadrebbe aderendo al gruppo unico del Credito Cooperativo, dove tutte le singole banche saranno più garantite e tutelate, soprattutto quelle di minori dimensioni”. La misura, secondo questa lettura, rischia di essere più un incentivo all’adesione alla capogruppo che una spinta alla trasformazione in spa.

QUALE RUOLO PER LA BCC DI ROMA NEL RIASSETTO?

Individuati i punti oscuri della riforma, ci sono alcuni interrogativi sul futuro della Bcc di Roma, che certamente avrebbe tutti i requisiti per ricorrere al way out. Rimarrà dentro il sistema della capogruppo, candidandosi addirittura ad assumere tale ruolo? Oppure, come sembra vogliano fare alcuni grandi gruppi cooperativi, vorrà starsene per conto suo? Liberati sgombra il campo. La Bcc di Roma “vuole essere parte pro attiva del nuovo gruppo del Credito Cooperativo. Una parte importante, viste le nostre dimensioni, con pari dignità rispetto alle altre componenti principali. Noi vogliamo essere un fattore propulsivo e di stabilità nell’interesse comune del Movimento”. Ritengo sia indispensabile che il modello organizzativo e gestionale che verrà implementato sia basato su principi di efficienza, snellezza e corretta gestione”.

COSA DOVRA’ FARE LA HOLDING UNICA

Altro discorso sono i compiti che dovrà fare la nuova capogruppo, chiunque sia. “Una capofila spa con una missione ben precisa volta a consentire il rafforzamento complessivo del sistema con una finanza integrata, l’accesso al mercato dei capitali, la prevenzione delle crisi delle singole Bcce il controllo preventivo sulle stesse con la possibilità di incidere, se necessario, sugli organi amministrativi e gestionali”, sintetizza il banchiere.  Il quale specifica, riguardo all’assetto del credito cooperativo post riforma come “le singole Bcc manterranno la licenza bancaria e la propria indipendenza giuridico economica, con un grado di autonomia commisurato alla virtuosità delle Bcc stesse in termini di buona gestione e solidità”. E pensare che fino a un mese fa si parlava di Credit Agricòle.

FRANCESCO LIBERATI PRESIDENTE BCC ROMA

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