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Quando le logiche della comunicazione partigiana sono applicate a un tema strutturale come quello della modernizzazione digitale di un paese come l’Italia, rischiano di fare danni. Nel breve termine possono sostenere un nuovo frame, contribuendo a sottolineare un positivo cambio di passo nella policy. Nel medio termine, però, rischiano di allargare troppo il solco tra le aspettative e la realtà, finendo con il concentrare la discussione soltanto sulla loro caratteristica fondativa: la partigianeria, il “chi è dentro e chi è fuori”, il “chi è pro e chi è contro”. Paradossalmente, rafforzano sia chi è pro e sia chi è contro. Non c’è nulla di nuovo: la strumentalizzazione polemica di qualunque cosa in Italia è una specie di mania da almeno un ventennio. E ha radici profonde: la tifoseria è una delle caratteristiche essenziali della socialità italiana e la sua migliore qualità non è quella dell’analisi equilibrata dello stato dei fatti. Ma l’ottimismo e il pessimismo sono stati d’animo, non analisi. E tantomeno progetti.

Su questa faccenda che si debba sempre valutare se il bicchiere sia mezzo pieno o mezzo vuoto si è detto già fin troppo, a mio parere (HuffPost). Così come, in fondo, si è detto troppo della commistione di mezze bugie e mezze verità (Key4Biz). Il tema è casomai quello di valutare in concreto la situazione, al di là delle tifoserie avversarie (AlfonsoFuggetta). La discussione centrata è quella che serve a sostenere il successo del paese nella sua modernizzazione digitale, nella sua ripresa economica, nella sua innovazione generatrice di occupazione, crescita, miglioramento della qualità della vita. La fiducia ne è una parte, non il tutto.

Non si può non vedere che anche la migliore e più talentuosa comunicazione non può prescindere dal senso di quello che dice. Se si riduce il passaggio storico che l’Italia attraversa a una partita tra due opposti storytelling, quello degli ottimisti e dei pessimisti, non si aiuta a comprenderlo. Se si evangelizza al digitale paragonando lo storytelling ottimista a quello che muove un “popolo” verso “la terra promessa” si rivelano convinzioni vagamente sproporzionate. Se si chiede di perseguire obiettivi comuni ma si sottovalutano le critiche si finisce in contraddizione. Se si afferma che raccontare le storie dei fablab ha cambiato l’identità dell’Italia non si mostra di conoscere l’Italia (HuffPost).

L’identità del paese non è definita dallo storytelling ma dalla storia. L’Italia è da sempre una fucina di nuove imprese e di innovazioni più o meno note. L’Italia delle imprese innovative, negli ultimi quindici anni, ha trasformato la generazione di valore aggiunto in larghe aree dell’agricoltura, dell’arredamento, dell’abbigliamento, dell’automazione industriale, della salute, della meccanica. Con il design, con la qualità del prodotto, con la riorganizzazione produttiva e di mercato. Talvolta, più raramente, con l’elettronica e il software. Ma sviluppando nell’elettronica almeno un campione mondiale come la STM, che viene da lontano e che ha costruito un business miliardario sui sensori, senza aspettare nessuno storytelling. Gli imprenditori italiani hanno continuato ad accrescere le esportazioni nel corso della crisi e della recessione, prima e indipendentemente da qualunque storytelling. Di sicuro, un po’ di fiducia aiuta. Ma purtroppo non basta: il rallentamento dell’economia mondiale sta rallentando le esportazioni, proprio adesso, nonostante la fiducia. È naturale che chi governa si intesti i successi anche quando non sono frutto delle sue operazioni, ma finisce che poi si prende anche i demeriti, anche quando non sono conseguenza delle sue azioni. Quello che questo governo ha fatto per l’economia è importante: il Jobs Act e il sostegno ai consumi avranno probabilmente un impatto reale. Quando farà qualcosa anche sul piano del digitale avremo modo di valutarne il merito: il tempo degli annunci è passato. E le premesse per un cambio di passo ci sono.

Il problema è che in un processo profondo, come quello della modernizzazione di un paese, è chiamato a partecipare l’insieme della società non una sua parte: altrimenti non è modernizzazione, ma propaganda. In particolare, se il governo attuale vuole avere un impatto di lungo termine sulla modernizzazione digitale ha bisogno di coinvolgere il più possibile di forze favorevoli. Del resto, non è soltanto il governo che fa la storia in una faccenda così complessa, ma anche e soprattutto la società, l’economia, la cultura; le conflittualità sociali e le incomprensioni mentali sono parte del processo. La vita quotidiana negli uffici e nelle fabbriche, nelle città e nei villaggi, è fatta di speranza e di disperazione, di buona volontà e di bieco parassitismo. Ma alcune novità normative del governo possono aiutare molto: e molto ci si aspetta dalla riforma della pubblica amministrazione che potrebbe in effetti essere la premessa anche per una digitalizzazione coerente e possibile della burocrazia italiana. Perché una burocrazia riformata radicalmente non potrebbe più usare il computer per digitalizzare l’esistente, ma sarebbe costretta a progettare qualcosa di meglio. E le riforme avviate dal Miur, quelle del Mise, quelle annunciate dal Mef, a loro volta costituiscono il sostrato sul quale anche il digitale può trovare più spazio concreto. La comunicazione non è il motore, ma casomai il lubrificante. E l’informazione critica non è il suo opposto ma la premessa per il continuo miglioramento del motore.

Per questo, sarebbe bene abbandonare la logica partigiana e abbracciare una logica inclusiva, per il bene del paese. Cominciamo col riconoscere che i principali risultati ottenuti dalla politica nella modernizzazione digitale sono stati avviati da governi precedenti a questo. Il fenomeno delle startup cresce, ha raggiunto quota 5mila in questi giorni, è stato favorito da una legge del governo Monti. L’impostazione strategica dell’agenda digitale italiana (anagrafe, identità, fatturazione) è stata decisa con il governo Letta. L’eccellenza, un po’ datata, del digitale nel fisco risale nientemeno che a Bassanini. Per ora questo governo non ha avuto tempo di fare molti fatti in proposito. Ma abbiamo fiducia per motivi razionali. Nel frattempo, è meglio riconoscere che il principale risultato di connessione innovativa tra la vita politica e la rete, piaccia o no, è stato realizzato dal Movimento 5 Stelle. Ed è giusto valorizzare il grande risultato culturale della Dichiarazione dei diritti in internet portata a termine, dopo consultazioni e audizioni, dalla Camera dei Deputati e poi votata dalla stessa all’unanimità. Una policy per il bene comune è inclusiva, umile, aperta. Critica.

Qui l’articolo completo uscito sul blog di Luca De Biase

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