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L’indice Tasi della borsa di Riad cala del 7 per cento, toccando i minimi dal 2011, e seguono gli altri stati del Golfo, scrive il Sole 24 Ore: è il primo effetto palpabile dell’implementazione del deal sul nucleare  iraniano. Sabato 16 gennaio sono state tolte le sanzioni economiche e finanziarie imposte da Europa e Stati Uniti all’Iran: Implementation Day” è stato definito sui social network, cioè il giorno in cui l’accordo sul nucleare siglato la scorsa estate a Vienna da Teheran e dai rappresentato del cosiddetto “5+1” (cioè  cioè i membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con potere di veto, Regno Unito, Francia, Stati Uniti, Russia e Cina, più la Germania) è arrivato alla fase operativa. Le sanzioni erano state applicate per la prima volta circa nove anni fa, in seguito alla decisione iraniana di portare avanti un proprio programma nucleare senza il controllo dell’agenzia internazionale e mirato all’ottenimento della tecnologia militare.

Il segretario di Stato americano ha confermato ufficialmente l’annuncio dato dall’Alto rappresentate dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e dal ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, intervenuti in conferenza congiunta dalla sede dell’AIEA, l’organizzazione dell’Onu delegata alle questioni di materia nucleare.

Un annuncio atteso per questi giorni, anche se non era stata fissata una data precisa, seguito da una sorta di contraccambio inaspettato da parte dell’Iran: Jason Rezaian, giornalista del Washington Post detenuto dal luglio del 2014 in prigione iraniana con l’accusa di spionaggio, è stato rilasciato insieme ad altri tre cittadini con doppia cittadinanza iraniana e americana. Un quinto detenuto americano è stato liberato, ha annunciato Teheran (ma in Iran restano ancora due americani detenuti illegalmente e senza processo e capi d’accusa solidi: un uomo d’affari e un ex agente dell’Fbi, ricorda il WaPo). Dall’altra parte, Barack Obama ha concesso la grazia a tre iraniani accusati di aver violato le sanzioni, scrive Reuters.

L’ACCORDO E LE SANZIONI RIMOSSE

L’accordo siglato dal “5+1” prevedeva che l’Iran rinunciasse a gran parte delle proprie capacità in campo nucleare per arrivare al punto in cui avrebbe avuto bisogno di un anno di tempo per concludere il processo di arricchimento dell’uranio per uso militare: prima del deal questo timing era di circa un mese. La BBC ha schematizzato i punti dell’intesa, tra i principali, oltre allo stop dell’arricchimento dell’uranio a livelli “uso militare”, c’è certamente l’apertura iraniana alle ispezioni dell’AIEA (circostanza controversa, spesso messa sotto attacco dai critici del deal su entrambi i fronti). Il superamento delle sanzioni, scambio sull’accordo, sblocca una grossa fetta di capitale iraniano, riporta Teheran sul palcoscenico commerciale globale, libera linee di investimento per molti paesi.

Il Guardian scrive che lo sblocco delle sanzioni comporterà una grossa spinta all’economia iraniana, che tornerà a crescere dopo anni difficili (anche legati all’applicazione delle sanzioni). L’Iran avrà accesso a cento miliardi di dollari in fondi congelati: potrà ricominciare ad esportare petrolio, le banche e le assicurazioni iraniane potranno tornare attive sui mercati mondiali e centinaia di società e persone fisiche non saranno più incluse nelle “black list” e potranno tornare a viaggiare e fare affari in giro per il mondo (il Wall Street Journal ha messo insieme la lista più dettagliata delle attività sbloccate dal sollevamento delle sanzioni). Nella giornata di sabato è stato annunciato anche un accordo sulla vendita di 114 Airbus a Teheran: le sanzioni che vietavano al Paese di acquistare aerei occidentali fin dagli Anni 70 hanno prodotto come conseguenza una flotta aerea antiquata e di bassa qualità, che dovrà essere rinnovata in vista della riqualificazione globale del Paese. Vuoto a cui sopperirà il consorzio europeo dell’aerospazio, una specie di simbolo per questo passaggio storico

CHI HA SEGNATO LA STORIA DELL’IRAN

Per l’Economist si tratta di un successo personale del presidente Hassan Rouhani, considerato un moderato nel suo paese e spesso attaccato per le visioni di apertura all’Occidente dai falchi interni e legati al potere teocratico e conservatore. L’altro uomo forte dietro al successo diplomatico è Javad Zarif, ministro degli Esteri che ha lavorato molto ai tavoli negoziali: politico moderato ed equilibrato, in grado di tenere una conversazione con Kerry e una con la guida suprema Ali Khamenei nella stessa giornata; se questo accordo, e soprattutto se la riqualificazione iraniana, ha un volto, di certo è il suo. Dire che invece l’Iran e gli Stati Uniti torneranno ad avere rapporti dopo l’implementazione del deal, sarebbe scorretto: mancano le intermediazioni diplomatiche a supporto (le relazioni si sono rotte dal 1979, dalla rivoluzione islamica iraniana) e mancano le volontà, soprattutto ideologiche. A Teheran c’è chi, come la sfera teocratica e quella potentissima militare rappresentata dai Guardiani della rivoluzione, non ha nessuna intenzione di aprire a coloro che vengono definiti ancora il “Grande Satana”, l’America.

GLI INTERESSI ITALIANI

Diverso potrebbe essere, invece per l’Europa, e anche per l’Italia. «Se saremo bravi credo che nel giro di poco più di un anno l’export italiano verso l’Iran potrà crescere di almeno 3 miliardi di euro rispetto al miliardo e mezzo attuale» dice Carlo Calenda, viceministro per lo Sviluppo economico, alla Stampa. Fu lui a guidare a fine ottobre la missione italiana di circa 380 tra professionisti, imprenditori e banchieri italiani volati in Iran per incontrare oltre un migliaio di rappresentati delle controparti locali. A fine gennaio a Roma arriverà il presidente Rouhani (la visita già in programma da mesi era sta rimandata dopo gli attentati di Parigi) e l’interesse italiano è quello di far in modo che gli accordi commerciali ritornino alla mole pre-sanzioni, cioè 7 miliardi l’anno, per questo prima delle ufficiali visite istituzionali, è previsto l’incontri del capo di Stato iraniano con 500 imprenditori italiani (insieme a diversi ministri del governo). Sul piatto affari nel comparto infrastrutturale ed edilizio, ma anche tecnologie mediche e biomediche, interessi nel settore dell’agrindustria e in quello dell’automotive, dove FCA dovrà contrastare la spinta dei francesi di Psa e Renault (in Iran è previsto un incremento di vendite pari a circa 500 mila vetture all’anno).

IL PETROLIO

Capitolo a parte merita la questione energetica. L’Eni è presente in Iran dal 1957, frutto della visione geopolitica di Enrico Mattei: sarebbero già stati siglati pre-accordi per nuove perforazioni e per lo sfruttamento di alcune già esistenti. È molto probabile che il prezzo del greggio scenda ulteriormente, e che i valori bassi (mai così bassi negli ultimi dodici anni) di vendita siano legati proprio all’attesa della riapertura della commercializzazione iraniana. Teheran, che ospita circa il 10 per cento dei reservoir petroliferi nel mondo, ha già annunciato di voler aumentare di circa 500 mila barili la quantità giornaliera di esportazioni verso Asia ed Europa, ed ha già siglato accordi di scambio: la Cina ha fatto sapere da qualche settimana che riprenderà le forniture dall’Iran con flussi pre sanzioni, e l’India sta per decidere definitivamente sulla stessa linea; anche la Corea del Sud ha dato il via libera all’aumento della quota di greggio importata dall’Iran. Uno sconvolgimento geopolitico che non lascerà immune i paesi del Golfo, e che arriva in un momento in cui la crisi di relazioni tra Arabia Saudita e Iran è a livelli altissimi.

LA GEOPOLITICA

Sullo sfondo, le secolari divisioni tra sciiti e sunniti (rispettivamente catalizzati da Teheran e Riad), che squarciano la regione mediorientale e polarizzate negli ultimi anni dai conflitti per procura in Siria, Iraq e Yemen. «Il ritorno dell’Iran a pieno titolo nella comunità internazionale potrebbe rovesciare l’intero equilibrio geopolitico della regione» scrive Paolo Valentino sul Corriere della Sera. E il riferimento va a tutte le questioni aperte in Medio Oriente, dalla crisi siriana alla guerra in Yemen, fino alla lotta al Califfato. Teheran sarà un partner affidabile? Sulla risposta pesano le elezioni politiche del 26 febbraio, quando si deciderà anche il consiglio teocratico e dove i moderati come Zarif (e Rouhani) dovranno scontrarsi con chi rappresenta la linea dura, la sfera religiosa più oltranzista, e i conservatori.

In tutto i critici: spiega in un question/answer sul New York Times Rick Gladstone che «il leader supremo iraniano Khamenei, colui con l’autorità finale sulla politica nucleare, aveva detto che il suo paese non avrebbe considerato l’accordo come legittimo», se una parte delle sanzioni fosse rimasta in vigore, e dunque la rimozione simultanea è materia per i detrattori del deal che avrebbero voluto un sollevamento graduale per verificare l’affidabilità iraniana (ultimamente messa in discussione da diverse provocazioni). Inoltre: le sanzione sollevate non riguardano invece quelle che puniscono Teheran per l’appoggio a gruppi terroristici come Hamas e Hezbollah e a milizie paramilitari sciite (notare che tra queste ci sono anche alcune di quelle che combattono al fianco della Coalizione internazionale in Iraq, riqualificate dal complesso realismo richiesto per sconfiggere l’Isis). Per questo atteggiamento ambiguo dell’Iran, molti temono che parte dei nuovi introiti possano essere utilizzati per foraggiare la politica estera aggressiva tenuta dalla Repubblica islamica negli anni, fatta di pressioni interne a diversi paesi della regione (Libano, Siria, Iraq, Yemen: “controlliamo quattro capitali arabe”, disse una volta un ufficiale dei Guardiani), create attraverso strategici gruppi politici paramilitari di potere come Hezbollah in Libano appunto, o la Badr Organization in Iraq, per esempio.

Iran, ecco tutti gli effetti geopolitici ed economici dell'accordo

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