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Il colosso petrolifero saudita, Saudi Aramco, la società statale che è il maggior produttore di oro nero a livello globale, sta conducendo nuove trattative per investire in raffinerie cinesi. Un segnale economico, ma, per alcuni osservatori, anche geopolitico, di come Riad si stia guardando attorno dopo l’indebolimento delle relazioni con Washington a seguito dell’accordo sul programma nucleare di Teheran, di recente sollevato dalle sanzioni.

IL DIALOGO CON PECHINO

La compagnia saudita, riporta Reuters, discute con China National Petroleum Corporation e Sinopec – due compagnie controllate dal governo di Pechino (totalmente la prima, al 75% la seconda) – di opportunità di investimento nei settori della raffinazione, del marketing e dei prodotti petrolchimici.

LE INTESE AVVIATE

Tra il Regno e la Cina, prosegue l’agenzia, gli scambi energetici sono destinati dunque a infittirsi. Alcuni di questi sono già avviati. Ad esempio la raffineria di Yasref (che ha una capacità di 400mila barili al giorno), inaugurata il 20 gennaio alla presenza del presidente cinese Xi Jinping e del re dell’Arabia Saudita Salman. L’impianto, che entrerà a pieno regime a luglio, è frutto di una joint venture tra Aramco e Sinopec. Altri sono sul piede di partire: martedì Aramco e Sinopec firmato un accordo quadro di cooperazione strategica. L’intesa è uno dei 14 accordi contenuti in un memorandum di intesa firmato da Arabia Saudita e Cina il primo giorno di una visita di stato del capo di Stato cinese a Riad.

LA POSSIBILE QUOTAZIONE

La notizia segue quella che, a inizio gennaio, aveva visto il principe saudita Mohamed bin Salman annunciare la possibile quotazione in Borsa del gigante petrolifero. Una scelta che potrebbe aprire nuovi scenari interni e che avrà, forse, conseguenze energetiche e geopolitiche, in uno dei momenti più complicati per il Regno, messo alla prova da una crisi dinastica, dagli effetti della strategia dei prezzi bassi del greggio e da tensioni crescenti con l’Iran sciita. Sul prezzo del petrolio, dal Forum di Davos – racconta il Financial Times – il presidente di Aramco, Khalid al-Falih, ha detto ieri che i i livelli attuali non dureranno e che si prevede il recupero del mercato nel 2016, perché un prezzo al di sotto dei 30 dollari al barile è “irrazionale”. Il Paese, nel frattempo, continua a mantenere alto il livello di produzione, gli Usa tornano a esportare greggio dopo l’embargo e anche Teheran si prepara a tornare sul mercato.

Come crescono le intese sul petrolio tra Arabia Saudita e Cina

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