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Angela Merkel non intende retrocedere da quella frase alla quale ormai tutti – profughi, connazionali, compagni di partito – nel bene e nel male l’hanno inchiodata: “Ce la faremo”. La Germania ha superato ben altre prove, e ce la farà anche a gestire la marea di migranti e rifugiati che si sta riversando nel Paese, aveva detto in un incontro a fine estate con la stampa.

L’INCONTRO CON ERDOGAN

La cancelliera tedesca, negli ormai dieci anni a capo del governo, si è raramente lasciata andare a dichiarazioni o gesti dettati più dalla pancia che dalla ragione. Ma l’adagio “verba voltant scripta manent” è poco congeniale alla mentalità tedesca, e così la Kanzlerin si vede costretta a mantenere quanto detto, senza tralasciare possibili acrobazie, come scrive Heribert Prantl della Süddeutsche Zeitung. Per questo ieri è volata ad Ankara, ha incontrato il capo del governo Ahmet Davutoglu e il capo di Stato Recep Tayyip Erdogan e si è dimostrata assai disponibile nei loro confronti.

UN DOPPIO ATTEGGIAMENTO

Il che dimostra secondo Prantl, direttore editoriale della Sdz, che Merkel è in ritirata. Sta tessendo una politica di respingimento dei profughi, tenendo però il piede in due scarpe. “Da una parte vuole continuare ad apparire come la Kanzlerin che accoglie i profughi e al tempo stesso diventare la cancelliera che li tiene lontano dai confini tedeschi. Questa è tipica dialettica merkeliana”. Per questo ieri era a Istanbul ha discusso con Davutoglu e soprattutto con Erdogan, di come migliorare le condizioni di vita nei campi di accoglienza turchi, affinché le persone arrivate lì non cedano alla tentazione di proseguire il loro cammino verso Ovest. E lo stesso vale per Paesi come la Giordania e il Libano. Tra le priorità c’è quella di riportare i ragazzi a scuola. Solo in Libano si trovano 400 mila bambini e ragazzi profughi siriani in età scolare. Perché senza scolarizzazione non c’è futuro e questo potrebbe aumentare il rischio che prima o poi siano attratti dalla violenza, possano ricorrere alle bombe anziché ai libri, per avere un senso di sé. “Scongiurare questo pericolo – scrive Prantl – significa estirpare parte dei motivi che spingono i profughi a proseguire il loro cammino e al tempo stesso fare opera di prevenzione contro il terrorismo. Ma i frutti di questo approccio non saranno immediati. La politica di Merkel in Turchia, non sostituisce dunque l’azione politica di Merkel a casa propria”.

IL PARADOSSO

Per il giornale liberal Die Welt il fatto “che una cancelliera cristiano-democratica si mostri ora particolarmente aperta alla possibilità di un ingresso della Turchia nella Unione europea” (come contropartita per l’aiuto da parte di Ankara) è un paradosso. Proprio Merkel, che nel 2005, quando prese in mano la guida della Germania, andava ripetendo che era sbagliato pensare di far entrare un giorno la Turchia nell’Ue. Meglio accordare al Paese della mezzaluna una partnership privilegiata. E in effetti, nel corso di questi dieci anni, le trattative tra Ankara e Bruxelles si sono pressoché arenate. Ora Merkel è invece disposta a riaprire il dossier, a iniziare però da quelli dell’economia e della giustizia.

ALLA CORTE DEL SULTANO

La Kanzlerin alla corte del “sultano Erdogan”. La foto che campeggia oggi sulle prime pagine di quasi tutti i giornali tedeschi è eloquente: Merkel e il capo di Stato turco Erdogan seduti su poltrone dorate, riccamente decorate con all’apice dello schienale la mezzaluna turca. “Mille e un potere”, è il titolo scelto dal quotidiano berlinese Der Tagesspiegel, per raccontare l’incontro. A guardare la foto si capisce però che dell’aura che avvolge la famosa raccolta di novelle orientali non c’è nulla. L’impressione è semmai che Merkel sia seduta sulle spine. Come scrive sempre il Tagesspiegel: “Si è trattato di uno di quei viaggi diplomatici dove il solo fatto che non si sia trasformato in un fiasco deve essere considerato un successo”. Erdogan inoltre ne saprà trarre vantaggio.

IL SUCCESSO DELL’AKP

Tra due settimane si vota in Turchia, giusto una settimana fa c’è stato un attentato durante una manifestazione pacifica ad Ankara che è costato la vita a più di cento persone. Mostrarsi con il capo più potente dell’Ue è per Erdogan un grande successo (fanno notare molti giornali, riportando anche le critiche che i partiti turchi dell’opposizione hanno mosso a Merkel per questa tempistica a loro giudizio letale). “Merkel è andata a Istanbul – anche per conto dell’Ue – in veste di questuante, al quale il moderno sultano Erdogan, che nel suo Paese si comporta come un despota dei tempi di ‘Mille e una notte’, può rifiutare o accordare i propri favori” osserva Gerd Appenzeller, direttore editoriale del Tagesspiegel, aggiungendo però che “un Paese che accoglie oltre due milioni di profughi, non può essere classificato tout court come una dittatura. E le trattative con l’Ue non sono a senso unico. La prova che in Turchia i diritti umani vengono realmente rispettati dovrà comunque fornirla Ankara”.

IL PREZZO DA PAGARE

Secondo il quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine Zeitung, la visita di Merkel a Istanbul è invece la prova provata della più grave crisi che Merkel abbia mai dovuto affrontare nei suoi anni di governo. Il direttore editoriale Klaus-Dieter Frankenberger si chiede: “Questa visita di Angela Merkel a Istanbul è da considerarsi il più importante viaggio del suo cancellierato? Una domanda che di per sé descrive la drammaticità del momento e quanto ora sia urgente una vera e assennata Realpolitik”. Secondo Frankenberger, l’Europa sta vivendo la più grande migrazione dai tempi della guerra. E al centro, esattamente come durante la crisi del debito pubblico, si trova la Germania. “Merkel recandosi, nolens volens, due settimane prima delle elezioni parlamentari turche ad Ankara, ha potuto farsi un’idea di persona circa le aspettative della Turchia… Siamo davanti a una collisione di interessi e dilemmi di carattere politico, morale e di diritto internazionale. La Kanzlerin vuole distribuire equamente il peso dei profughi; al tempo stesso la Turchia, Paese chiave per cominciare ad affrontare il problema in modo più sistematico, vuole contropartite concrete. Resta da chiedersi: quale sarà il prezzo da pagare per la cooperazione turca?”.

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Di Andrea Affaticati

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