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Brano estratto dall’Osservatorio di politica internazionale “Le sabbie mobili della crisi libica”, a cura del CeSI (Centro Studi Internazionali) e del suo analista Marco Di Liddo

Analizzando l’attuale situazione libica e la strategia sinora seguita dalle Nazioni Unite, appare improbabile che il negoziato, nella forma e nei contenuti proposti da Bernardino Leon, possa risultare un documento in grado di produrre effetti significativi sul processo di pace.

Infatti, alla distanza politica tra i parlamenti di Tripoli e Tobruk si aggiunge la necessità di includere le milizie nel meccanismo negoziale. Senza il supporto delle rappresentanze claniche e tribali e senza la presenza dei potenti locali, sia il CR e il CGN sia qualsiasi Governo di Unità Nazionale risulterebbero poco rappresentativi e privi di qualsivoglia potere effettivo sul territorio.

In questo senso, il tentativo di Leon di convocare rappresentanti delle municipalità per l’ultimo round negoziale è risultato volitivo, ma insufficiente se si considera lo scarno effettivo numero di partecipanti rispetto all’estrema varietà sociale del Paese.

Dunque, nell’elaborazione di qualsiasi piano di pace bisognerebbe tener conto delle richieste dei singoli gruppi espressione delle singole realtà sociali e politiche del Paese. Senza un simile approccio pratico e che tenga conto delle necessità della base, ogni tentativo di aiutare la Libia a stabilizzarsi rischierà di andare incontro al fallimento.

Inoltre, non bisogna mai dimenticare che, fino ad ora, i testi proposti dalle Nazioni Unite erano evidentemente sbilanciati in favore di Tobruk, con i parlamentari di Tripoli relegati ad un ruolo marginale ed esclusi da qualsiasi presenza ministeriale rilevante. A queste condizioni, è veramente difficile che il CGN accetti alcun tipo di negoziato o accordo. Dunque, se si vorrà davvero giungere ad un compromesso, si può immaginare che il testo presentato dai negoziatori venga in parte ribilanciato.

Certo, la riapertura a modifiche potrebbe ulteriormente dilatare le tempistiche, ma non sembra che la voglia di Leon di chiudere a tutti i costi il negoziato prima delle scadenza del suo mandato possa portare a migliori risultati.

La strategia di coinvolgere quanti più attori possibile nel negoziato e farli parte del futuro assetto statale libico appare indispensabile non solo per aumentare la legittimità del Governo di unità nazionale, ma anche per disporre di una forza para-militare in grado di fronteggiare le minacce di matrice salafita e il crimine organizzato che gestisce i traffici illeciti.

Inoltre, nell’ottica di una eventuale missione di stabilizzazione, qualsiasi coalizione di forze che sarà chiamata ad operare in Libia non potrà prescindere dall’appoggio di una componente armata locale in grado di garantire il sostegno delle comunità locali e la conoscenza del territorio. L’urgenza di simili misure ed iniziative è anche dettata dalla possibile espansione del Califfato di Bayda e del modello dello Stato Islamico in Libia.

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