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Venerdì 23 ottobre è in programma un vertice a Vienna: saranno presenti il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, il segretario di Stato americano John Kerry e i loro omologhi di Arabia Saudita e Turchia. Associated Press annuncia che l’argomento sarà la soluzione delle crisi siriana: l’incontro è una notizia, sia perché mette allo stesso tavolo la Russia, che appoggia il regime di Damasco, e sauditi e turchi, che sostengono apertamente i gruppi ribelli anti Bashar al-Assad; sia perché a quel tavolo non c’è l’Iran, altro sponsor di Damasco fin dall’inizio delle guerra civile. La decisione del summit è arrivata qualche ora dopo una visita “a sorpresa” a Mosca del presidente siriano.

L’INCONTRO DI MOSCA

Assad ha incontrato Vladimir Putin martedì sera, ma il viaggio è stato reso noto dal Cremlino soltanto mercoledì, quando il dittatore era già tornato a casa. Il presidente siriano è costretto a muoversi in segreto, per motivi di sicurezza. Per spostarsi ha usato un IL-62 dell’esercito di Mosca, che è partito dalla Russia per andarlo a prendere a tarda notte non a Damasco, ma a Latakia (forse considerata più sicura delle capitale, visto la massiccia presenza militare russa). La trascrizione del Cremlino delle parole di Assad dice: “Se non fosse stato per le vostre (della Russia, ndr) azioni e le vostre decisioni, il terrorismo, che si sta diffondendo nella regione avrebbe inghiottito una zona molto più grande”. Sembra avere un chiaro valore politico-mediatico. Quella a Mosca è stata la prima visita all’estero di Assad dall’inizio della guerra. Arriva in un momento in cui Damasco è convinta non solo che l’intervento russo possa facilitargli la riconquista di vaste aree in mano ai ribelli, ma anche che possa riqualificare il governo siriano a livello diplomatico internazionale.

I CONTI SULLA MISSIONE RUSSA IN SIRIA

Reuters ha ricostruito numeri e obiettivi dell’azione russa. Si definisce “azione” perché al coordinatore di tutto l’intervento in Siria, e colui che ha creato materialmente il joint intelligence center di Baghdad (quello da cui operano Russia, Iran, Iraq e Siria), il generale Andrey Kartapolov (vice ministro della Difesa), non piace chiamarla “operazione”. Sostiene che le “operazioni” hanno un inizio e una fine, mentre l’impegno di Mosca in Siria è a tempo indeterminato (sul Foglio, c’è un ritratto del militare scritto da Marta Allevato, giornalista italiana a Mosca). Dalla definizione di Kartapolov, si evince uno dei veri scopi dell’intervento russo: combattere finché non verranno eliminati i gruppi ribelli che non sono dell’Isis, facendo riconquistare il massimo del territorio possibile al regime, per poi avviare un processo diplomatico e coinvolgere tutti in una coalizione globale per combattere il sedicente Califfato al motto: “o state con noi e con Assad, oppure state con Abu Bakr al-Baghdadi“.

I NUMERI

Riprendendo i dati forniti dal ministero della Difesa russo, l’agenzia Reuters scrive che dal 30 settembre, giorno dell’inizio degli attacchi aerei, ci sono stati 780 raid (contro 800 obiettivi diversi) che hanno interessato 64 diverse aree del Paese, quasi tutti nelle zone settentrionali e occidentali di Hama, Homs, Latakia e Aleppo. Queste liste però sono imprecise, perché si basano su dati vagliati dal Ministero russo, che definisce “dello Stato islamico” qualsiasi tipo di obiettivo, anche quelli posti in zone distanti centinaia di chilometri dalle aree controllate dall’Isis (che sono a est, verso il confine con l’Iraq). E infatti Reuters considera che circa l’80 per cento delle fasce di territorio tra quelle colpite, non sono controllate dallo Stato islamico ma da altri ribelli “anti Assad”.

COSTI E CONFRONTI

Quello in Siria è il più grande dispiegamento militare all’estero di Mosca dopo la fine dell’Unione sovietica e, per il momento, sta pesando relativamente poco alle casse russe: un giorno di operazioni costa a Putin 4 milioni di dollari, mentre Washington ne spende circa 10 (il costo è niente se paragonato al bilancio da 50 miliardi di dollari della Russia in “spese per la Difesa”). Secondo l’Osservatorio siriano dei diritti umani con sede a Londra, i bombardamenti russi avrebbero prodotto fin qui 370 morti, un terzo dei quali civili.

FATTI E PAROLE

Contrariamente dalla dichiarazioni stampa di comandanti e politici russi che accompagnarono il discorso di Putin all’Assemblea Onu, l’Isis non appare per niente il principale obiettivo dell’esercito russo. Nemmeno gli altri eterogenei ribelli ne stanno risentendo granché, e anzi i raid dei Sukhoi di Mosca hanno fatto mettere da parte le divergenze (anche ideologiche) tra questi gruppi, che si sono arroccati per combattere insieme gli unici due nemici che hanno: Assad e il “Califfo”.

LA PROPAGANDA RUSSA

La situazione sul campo effettivamente non vede segnare i positivi e trionfalistici sviluppi annunciati di continuo dalla propaganda russa e filo russa. Le offensive russo-iraniano-siriane lanciate contemporaneamente su Aleppo e Hama non riportano i risultati previsti. I ribelli nella piana di Hama hanno fatto incetta di blindati russi e siriani, colpiti con i missili anticarro forniti da un programma pensato anni fa, e adesso rinvigorito, da americani, sauditi e turchi, per sconfiggere Assad. Inoltre, la testa di comando iraniana operativa in Siria è stata tagliata attraverso l’uccisione misteriosa di numerosi comandanti, tra cui il coordinatore generale dell’intera missione siriana e uno dei più alti in grado degli Hezbollah.

 

Putin, Assad e Isis, fatti e propaganda (russa)

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