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Spendendo a dismisura e sparandole grosse, Donald Trump, magnate dell’edilizia e showman, balla l’estate in testa ai sondaggi fra i candidati alla nomination repubblicana, anche se nessuno gli presta chance di ottenerla.

La popolarità di Trump trae vantaggio dall’appannamento dei due favoriti per Usa 2016: Jeb Bush, repubblicano, rispettivamente figlio e fratello del 41° e 43° presidente degli Stati Uniti, e Hillary Rodham Clinton, democratica, già first lady, senatore dello Stato di New York e segretario di Stato.

Jeb patisce la prestazione scolorita nel dibattito coi rivali repubblicani del 6 agosto, che gli ha fatto perdere punti. Hillary subisce un’erosione di popolarità per lo scandalo Emailgate – quand’era segretario di Stato, usava un account privato, anziché quello ufficiale-. Inoltre, essendo, di fatto, l’unico serio candidato democratico, gli attacchi dei repubblicani si concentrano tutti su di lei. Senza contare che l’ex first lady comincia a fare i conti con l’antipatia che buona parte dell’opinione pubblica degli Stati Uniti nutre per lei.

Al punto che l’ipotesi di una discesa in campo del vice-presidente Joe Biden, un politico esperto e rispettato, ma non certo un trascinatore, viene letta in modi opposti. C’è chi vede in Biden una ruota di scorta democratica, su cui puntare se la Clinton non decolla e/o inciampa; e c’è chi lo considera, invece, una sorta di frangiflutti, che, attirando su di sé parte degli strali dei repubblicani, lascerebbe Hillary meno esposta alle critiche.

In questi giorni, l’attenzione è concentrata sullo Iowa, lo Stato che inaugurerà all’inizio del 2016 l’assegnazione dei delegati per la nomination: uno Stato rurale e conservatore, sulla carta poco favorevole alla Clinton e a Bush, entrambi relativamente ‘liberal’ rispetto ai rispettivi schieramenti. Lì, nello Iowa, i candidati fanno passerella, molti –che non hanno un’adeguata visibilità nazionale – per farsi conoscere.

Sui rivali di partito, Trump fa pure valere il fattore soldi, senza peritarsi di aprire fronti di polemica a raffica, alcuni dei quali alla fine gli si ritorceranno contro: gli immigrati, le donne, gli avversari. Gli fanno pure gioco le ‘rivelazioni’, poco suffragate dai fatti, in verità, del Sunday Times, secondo cui Trump sarebbe stato tra i corteggiatori della principessa Diana: dopo il divorzio con Carlo, l’avrebbe ‘bombardata’ di mazzi di fiori da centinaia di sterline l’uno. Un portavoce del magnate, interpellato dal Sunday Times, ha detto che “i due si piacevano molto”, ma che “tra loro non c’è stato mai nulla”.

Trump è pronto a spendere, se necessario, anche un miliardo di dollari della sua fortuna personale: lui, a differenza degli altri, non ha bisogno di finanziamenti e non è condizionabile dai lobbisti. Ma c’è chi giudica a priori la spesa uno spreco, perché, tanto, non otterrà la nomination. E l’esibire la ricchezza può anche essere un handicap: l’imprenditore, che dispone di una flotta aerea, preferisce muoversi in auto nello Iowa, per non urtare la parsimonia degli abitanti.

Fra i suoi rivali, invece, c’è chi non ha più un dollaro in tasca o quasi: l’ex governatore del Texas Perry non paga più lo staff della sua campagna, che continua a lavorare per lui per volontariato. Fino a quando?

L’elettorato qualunquista e conservatore apprezza le dichiarazioni all’insegna del politicamente scorretto – ormai il suo marchio di fabbrica – di ‘Donald il rosso’, uscito dal dibattito di Cleveland sempre in testa al gruppo, con quasi un quarto delle preferenze della platea repubblicana (23%). Invece, il dibattito non ha giovato a Bush e neppure al governatore del Wisconsin Scott Walker. Bene i senatori del Texas Ted Cruz e della Florida Marco Rubio, il neurochirurgo Ben Carson, l’unico nero, e la manager Carly Fiorina (ex ceo di Hp), l’unica donna. 

Trump balla un'estate, Hillary e Jeb Bush appannati

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