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La situazione libica resta in bilico. Il Paese soffre dell’assenza di un governo unitario, sostituito da scontri, contrapposizioni interne e un doppio governo che di fatto non facilita le operazioni di sicurezza e i tentativi di restituire al Paese tranquillità.

La Libia non gode neanche di una situazione favorevole dal punto di vista delle dotazioni militari, utili per contrastare l’avanzata dell’Isis. Il comparto aereo risale all’era Gheddafi e nessuno sembra essere in possesso di armi di precisione. Ma Jason Pack, esperto di questioni libiche osserva: “I jet utilizzati (dai due governi, ndr) per bombardare bersagli Isis sono considerati fuori dalla portata delle dotazioni aeree libiche. Questi attacchi potrebbero essere un segnale di un nuovo coinvolgimento di attori regionali implicati nella lotta interna al Paese, tra cui Egitto ed Emirati Arabi Uniti. Tuttavia – prosegue Pack – il rischio che certe potenze regionali possano sfruttare l’opportunità per perseguire dei propri obiettivi, mettendo a rischio il processo di stabilizzazione nazionale, è molto alto”.

Tobruk aveva chiesto un supporto alla Lega Araba per attacchi aerei su bersagli Isis a Sirte e sta cercando di ottenere un alleggerimento dell’embargo imposto dall’Onu nel 2011 e recentemente riconfermato, seppur con qualche forma di concessione nei confronti di Tobruk. La prima richiesta è stata per il momento disattesa e si discutono ancora le modalità di un appoggio militare alle forze libiche. A causa della sua vicinanza, l’Egitto è il primo Paese interessato ad agire per ristabilire il controllo interno della situazione libica.

Anche la Giordania sembra sostenere il Paese nordafricano. Il generale Khalifa Haftar – legato a Tobruk – ha fatto sapere di aver discusso con il comandante dell’esercito giordano e aver concordato l’addestramento di truppe libiche. Nel frattempo molte milizie si riforniscono di armi e munizioni al mercato nero, fomentando attività illegali e criminalità internazionale.

Mohamed Dayri, ministro degli esteri di Tobruk, ha ammesso al Guardian che le autorità del suo governo stanno ottenendo armi nonostante l’embargo, ma afferma anche che c’è bisogno di un rafforzamento delle dotazioni. Il ministro ha anche chiesto all’omologo britannico, Philip Hammond, di accelerare la consegna di munizioni e attrezzature militari dotate di visione notturna.

A febbraio il panel di esperti del Consiglio di sicurezza dell’Onu (Cds) ha riportato che le armi provengono da più di una dozzina di Stati e che si tratta principalmente di mitragliatrici, aerei da combattimento e circa 3mila tonnellate di munizioni provenienti dalla Bielorussia; sempre secondo il rapporto del Cds “Emirati Arabi Uniti ed Egitto sono strumentali per rifornire il governo di Tobruk, mentre il Qatar fornisce materiale alle milizie islamiche (di Tripoli, ndr)”.

Nel 2014 Libya Dawn (Alba della Libia), una milizia armata alleata con il General National Congress, ha preso il controllo di Tripoli, istituendo un governo non riconosciuto e di stampo islamico. Da quel momento in Libia convivono due esecutivi: quello di Tripoli e quello di Tobruk, l’unico riconosciuto dall’Onu. Molto complesso immaginare forme di collaborazione tra i due, nonostante gli sforzi di Bernardino Leon, inviato speciale delle Nazioni Unite che sta cercando di aiutare il Paese a porre le basi per un governo di unità nazionale.

Hadi Fornaji scrive su Libya Herald che l’inviato Onu non è riuscito a stabilire un contatto produttivo né con il generale Haftar, comandante delle forze armate di Tobruk, né con Misratan Saleh Badhi, leader del Samoud Front, il gruppo più estremo della milizia Libya Dawn. “Chi ha accettato l’accordo sponsorizzato dall’Onu – scrive Fadil Aliriza su Foreign Policy – non ha il controllo sulle forze armate. E sono proprio i gruppi armati di Tripoli e Tobruk, veri detentori del potere, ad aver criticato o quanto meno espresso un generale scetticismo nei confronti dell’accordo”. Serve quindi una maggiore attenzione alle evoluzioni e ai pesi interni per capire il caos libico e cercare di dare un supporto esterno.

Nel frattempo c’è comunque chi intravede qualche spiraglio di collaborazione tra chi si contende il potere su porzioni di territorio libico. In gran parte queste leggere forme di avvicinamento derivano dalla presenza della minaccia comune Isis. Scrive Michael Lüders su Deutsche Welle: “Prima del massacro di alcuni membri della tribu Farjani (legato all’uccisione del mufti Khalid bin Rajab Farjani avvenuta l’11 agosto per mano dei terroristi Isis, ndr) l’idea di una cooperazione militare tra i blocchi era ben lontana dal realizzarsi e ognuno programmava offensive indipendenti per liberare Sirte dall’Isis. Tuttavia il gran mufti al-Ghariany, allineato con il governo di Tripoli ha emesso una fatwa che descrive l’Isis come un cancro e incoraggia i membri di Alba della Libia e dell’establishment militare di Tobruk a perseguire congiuntamente la lotta contro il reale nemico che sta attaccando la Libia”.

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