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Convinzione e non convenienza. Così ad Ankara Giorgia Meloni da un lato “racconta” i passi in avanti fatti nel vertice Nato e, dall’altro, inquadra le policies italiane, sia nei confronti delle polemiche fatte da Donald Trump sia verso le decisioni prese su Ucraina, fronte sud, guerra ibrida e tipo di riarmo.

Il comune denominatore del ragionamento fatto dal presidente del Consiglio è tarato sul come capire i cambiamenti per adeguare le politiche dedicate. L’esempio più calzante è relativo al tipo di guerra: se un drone che vale 20mila euro riesce a distruggere un tank che ne vale cento volte di più, significa che la stessa Nato deve interrogarsi sul dove investire e non solo sul quanto. Un tema, quello della percentuale del Pil da mettere a bilancio-armi, che è parecchio arato da Meloni: sia quando spiega che l’Italia ha pienamente rispettato i suoi impegni, con il 2,8% quest’anno, sia quando precisa che non avrebbe senso acquistare armi e mezzi senza al contempo favorire lo sviluppo dell’industria italiana ed europea.

“Se investiamo in difesa quei soldi devono restare in Italia, nelle nostre fabbriche, nella nostra ricerca, nei nostri territori, quindi più sicurezza ma anche più lavoro qualificato, più ricerca e non assegni all’estero”. E qui nuovamente si coglie l’intreccio con il tema del tipo di arte bellica a cui stiamo assistendo, perché se è vero come è vero che un solo Paese al mondo controlla sei delle principali dieci materie prime fondamentali per la difesa, allora non è saggio consegnarsi mani e piedi a quel paese per acquistare mezzi di cui poi non si avrebbe il pieno controllo.

È una Meloni puntuale nelle risposte alla stampa dopo il vertice, e decisa, come quando ricorda che non tornerà più sull’argomento dei post di Trump, o come con più di un pizzico di orgoglio nazionale sottolinea che in ambito Nato l’Italia è il Paese in assoluto che fornisce più uomini. “Quello che noi mettiamo a disposizione della Nato è molto di più: fa dell’Italia un fornitore di sicurezza e un alleato credibile. Lo dimostrano i quasi 3000 militari italiani impegnati nei principali teatri dell’alleanza”.

Senza dimenticare un passaggio nevralgico su Parigi e sull’ennesimo vertice dei volenterosi: Meloni non parteciperà all’incontro di lunedi prossimo (a cui sarà presente il ministro degli esteri Antonio Tajani) dal momento che ha “diversi dossier di cui occuparmi in Italia”, dice, senza che ciò possa lasciar trasparire il minimo disimpegno dal tema ucraino. Semplicemente si tratta del sesto vertice in tre settimane

Inoltre Meloni preferisce dare fiato alle strategie che l’alleanza atlantica deve mettere nero su bianco oggi, per non trovarsi nuovamente indietro domani. In primis l’Ucraina, su cui l’impegno italiano ed europeo resta solido e immutabile, in secondo piano l’Africa, dal momento che è il fronte sud (più di quello est) il vero e nuovo banco di prova della Nato, lì dove l’Italia parte da una posizone di oggettivo vantaggio, grazie alla novità geopolitica rappresentata dal Piano Mattei. In terzo luogo l’Iran dove l’opzione militare messa in campo al momento non ha prodotto risultati (al netto degli annunci sull’accordo firmato dalle due parti due settimane fa) e infine il Libano, dove Roma sarà teatro del tavolo negoziale con Israele dimostrando anche una certa centralità italiana.

In precedenza Meloni ha avuto due bilaterali, uno con Zelensky e uno con Erdogan. Al presidente dell’Ucraina ha ribadito il fermo impegno dell’Italia al fianco di Kyiv e a favore di un percorso che conduca a una pace giusta e duratura, al pari dell’impegno per l’assistenza italiana alla popolazione ucraina, con particolare attenzione agli interventi volti a rafforzare la resilienza delle infrastrutture energetiche, duramente colpite dagli attacchi russi. Con il presidente turco si è soffermata sul peso specifico, costantemente in aumento, delle relazioni industriali tra Roma e Ankara.

Convinzione e non convenienza. Così Meloni racconta l'Italia su Iran, Ucraina, Nato e Trump

“Quello che noi mettiamo a disposizione della Nato è molto di più: fa dell’Italia un fornitore di sicurezza e un alleato credibile. Lo dimostrano i quasi 3 mila militari italiani impegnati nei principali teatri dell’alleanza”, ha detto Giorgia Meloni ad Ankara

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