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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

I dati sono dello scorso anno, ma gli investimenti esteri in Italia sono calati, lo dice il Censis, a 12,4 miliardi di euro nel 2013.
Dal 2007, l’inizio della crisi globale, la diminuzione dei Fdi (Foreign direct investments) nel nostro Paese è stata di ben il 58%. Siamo la seconda potenza manifatturiera dell’Ue, ma l’Italia attrae solo l’1,6% dello stock mondiale di investimenti esteri diretti.

Qualcosa, evidentemente, non va. Manca l’attrattività del nostro Paese per il business, mentre rimane alta la considerazione per il nostro peculiare modo di vita e per, naturalmente, le bellezze artistiche, gastronomiche, paesaggistiche che si trovano in gran copia da noi.

Il problema è che, come già insegnava Adam Smith nel lontanissimo 1776, l’anno della Rivoluzione americana delle 13 colonie, una nazione non è solo l’insieme delle sue forze produttive e dei rapporti di produzione, ma un brand, un marchio, un modello culturale e un meccanismo psichico e identitario profondo, qualunque sia peraltro il grado di internazionalizzazione di una economia.

D’altra parte, perfino Karl Marx metteva nel conto delle “forze produttive” non solo i macchinari, ma gli uomini e le loro caratteristiche oltre al livello di conoscenze tecniche, scientifiche e più generalmente culturali che erano diffuse nel tessuto sociale.
Per dirla tutta, occorrerebbe ricordare anche che Karl Marx era a favore del colonialismo britannico, che permetteva migliori salari in Inghilterra. Il “politically correct” era davvero di là da venire.

Ma torniamo al problema del deficit di reputazione del nostro Paese. L’Italia occupa infatti il 65° posto nella graduatoria mondiale dei fattori che determinano la capacità attrattiva di una nazione, tra qualità della giustizia civile, tempi procedure e costi per avviare un’impresa, qualità delle infrastrutture, tempistica dei permessi edilizi.

Ai primi posti di questa classifica si trovano, ed era facile immaginarlo, Singapore, Usa e Hong Kong, ma anche la Germania ha un buon punteggio, al 12° posto.
Peggio di noi solo Grecia, Romania e Repubblica Ceca, un Paese tecnicamente fallito e due reperti del socialismo reale, che peraltro anche noi abbiamo sofferto, sia pure in un contesto di pluralismo politico.

Siamo usciti caoticamente e forzatamente da una economia protetta senza quei meccanismi che ci avrebbero fatto vincere la guerra della globalizzazione, che è, come ha detto Papa Francesco, una lunghissima terza guerra mondiale. Se non si capisce questo, è inutile parlare di globalizzazione che, come la rivoluzione secondo Mao Zedong, “non è un pranzo di gala”.

D’altra parte, siamo ancora l’undicesimo Paese esportatore a livello mondiale, con il 2,7% dell’export totale del mondo.
Se quindi l’economia interna si ferma, occorre gestire un inserimento geofinanziario e tecnologico dall’esterno, ed è questa la finalità di una buona politica estera italiana, che ancora stentiamo a vedere.

Il capitalismo italiano, lo vediamo ogni giorno, è fermo: dal 2008 ad oggi gli investimenti totali (esteri e non) nel nostro Paese sono diminuiti di un quarto. Calano le tecnologie mature (-28,6%) e, ovviamente, questi investimenti di settore vanno verso Paesi dove il rapporto tra costo della manodopera e attrattività è ottimale, calano le costruzioni (-26,9%) i mezzi di trasporto (-26,1%) e i macchinari e le attrezzature industriali (-22,9).

Scarseggiano i Fdi perché latitano gli investimenti nazionali, non è che all’estero agiscono con regole finanziarie e imprenditoriali diverse.
Ovvero cadono gli investimenti nei settori infrastrutturali più rilevanti per l’attrattività economica italiana, quello che servirebbe a rimettere in pista l’Italia proprio come referente di molti investimenti globali. Il contrario di ciò che oggi occorre.

Per quanto riguarda l’istruzione e la formazione, siamo arretrati nel campo della formazione professionale, laddove le Regioni e gli Enti locali si sono adoperati più per moltiplicare le loro costose burocrazie che per fornire velocemente manodopera all’altezza della concorrenza globale.
La formazione universitaria è sì minore, in percentuale, di quanto non accada in altri Paesi europei, ma è anche vero che, finora, l’università italiana non si è distinta per qualità e rapidità dell’aggiornamento scientifico e culturale.

Una casta inamovibile, tra le più vecchie per età media, non è lo strumento giusto per riqualificare l’istruzione superiore. Occorrerebbe, lo dico tra parentesi, eliminare progressivamente gli ordinari e gli associati, utilizzando (e sarebbe un bel risparmio) professionisti, scienziati, giuristi uomini di cultura “esterni” al rigidissimo sistema dei concorsi accademici, che non paragono al mandarinato imperiale cinese solo perché ho troppa stima dell’antica cultura dell’Impero di Mezzo.

Quindi, poi, occorre riformare il più rapidamente possibile il sistema giudiziario civile, e il ministro Andrea Orlando lo sta già facendo, ma spero in modo pro-business, non secondo i vecchi criteri delle caste giudiziarie e avvocatesche, che mirano, lo si è visto con l’istituto della mediazione, a aumentare le loro rendite improduttive.

Ma, tornando al punto, qual è e quale dovrebbe essere la politica estera di un Paese in deficit di capitali esteri e di credibilità globale, sia in campo economico sia in quello specificatamente politico?
Si tratta di attrarre investimenti, certamente, ma non in modo caotico e accidentale, come finora è accaduto.

Inoltre, fatti come il caso dei due nostri marò ristretti in India e del diplomatico accusato di pedofilia nelle Filippine fanno più male di un grande affare non concluso.
La dignità nazionale non si compra e non si vende, e quindi è un bene primario e intangibile che conta, e molto, nella valutazione dell’attrattività dell’Italia.
Il “marxismo volgare” di chi crede che tutto si risolva con l’economia è destinato a fallire miseramente e presto.

Nemmeno si tratta di “mettere tante bandierine” in giro per il mondo, per usare la colorita espressione di un nostro vecchio ministro degli Esteri.
La “bandierine” possono essere contraddittorie tra di loro, creare concorrenza che ci danneggia, impostare in Italia la fabbricazione di prodotti che ledono alcuni nostri marchi storici e leader nel mercato-mondo, creare gravi danni ambientali, che poi pagano i contribuenti italiani e non gli investitori esteri, bloccare con pratiche lecite o meno la crescita del nostro indotto.

Mi viene in mente, e sia questo un caro ricordo di Pietro Ferrero, quando la notissima Nutella venne imitata perfino nella confezione e nel sapore da parte di un produttore cinese, e ci volle addirittura il Sismi per far vincere la fabbrica di Alba, in giudizio, contro l’imitatore cinese, e per giunta davanti a una corte cinese.
Quindi, selezionare gli investimenti esteri, che non devono essere solo portatori di posti di lavoro di qualunque tipo, ma essere richiesti e resi possibili per prodotti ad alto valore aggiunto e a rilevante know-how, tecnologico o meno.

Non dobbiamo più accettare, nella politica estera degli investimenti, capitali destinati a riprodurre in Italia le fabbriche decotte o mature che non si riesce più a far sopravvivere nel Paese d’origine.
E questo è già accaduto più spesso di quanto non si pensi, e occorre poi evitare lo “stripping” di buone imprese italiane in crisi, che vengono comprate per farle poi fallire dai loro concorrenti esteri, e i contribuenti pagano la cassa integrazione per le maestranze, i finanziamenti a fondo perduto, la ricollocazione dei lavoratori e i sussidi di disoccupazione, che vanno a sostenere indirettamente il mercato del lavoro nero.

Anche questo è accaduto, e più spesso di quanto non si creda. Per non parlare di un sistema bancario scioccamente esterofilo che ha riempito di crediti alcune aziende estere che poi hanno inviato la liquidità concessa dalle banche italiane nei loro Paesi di origine, o in qualche paradiso fiscale, per poi farli ritornare come “utili”. È successo anche questo. Non voglio sembrare un neoprotezionista, ma occorre sempre valutare gli effetti geopolitici e finanziari di qualsiasi rilevante investimento estero diretto nel nostro Paese, la concorrenza ha mille occhi, noi due soli, per parafrasare Bertolt Brecht.

E certamemente la mitologia neoliberista della globalizzazione ingenua ha generato, nella nostra politica estera, effetti finora disastrosi. Aprirsi al mercato-mondo subito, senza indugi, ma senza credere di andare tra terziari francescani. Vale qui la raccomandazione di Gesù Cristo: “vi mando tra un branco di lupi…”. È accaduto anche che siano stati chiamati in Italia capitali pubblici e privati che, poi, hanno agito come teste di ponte per le imprese del loro Paese di origine, deformando la concorrenza e restringendo la loro influenza sul nostro sistema produttivo. Anche questo va valutato prima.

Per non parlare, e qui ci riferiamo indirettamente al caso dei due marò ristretti in India, di grandi imprese del trasporto privato a motore che dismettono i loro capannoni per trasferire tutta la loro produzione nel subcontinente indiano, come se non ci fosse bisogno di motorette anche in Europa o in Medio Oriente. Ci sono state ingenuità da lettori distratti dei report della McKinsey, che sono di regola molto ottimistici e non calcolano, per la nostra esternalizzazione produttiva, i costi della intermediazione politica, quelli della gestione della manodopera, della qualità della forza-lavoro che, come insegnava Marx, partecipa alle forze produttive anche per la sua cultura e mentalità.

Vedere bene ogni effetto della internazionalizzazione dell’economia, attivare i capitali sani e interessati, per i loro fini, alla modernizzazione dell’industria italiana, evitare di aprire la porta ai nostri nemici geoeconomici. Fare come Israele, che ha ottimi rapporti economici e politici con i Paesi arabi lontani, in modo da permettersi la necessaria durezza con quelli confinanti. Ecco, si tratta qui di una politica estera economica raffinata e complessa, del tutto diversa da quello che abbiamo visto fino ad oggi.

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