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Tutti i pensatoi economici stanno rivedendo al rialzo gli indici della congiuntura. Ha cominciato la Banca d’Italia, poi si è aggiunto, con tono ancor più ottimista, il Centro studi della Confindustria secondo il quale il prodotto lordo quest’anno potrebbe aumentare di oltre due punti percentuali. Nel 2014 gli stessi (per primo il ministero dell’Economia) hanno sbagliato le previsioni e sono stati costretti a rivederle all’ingiù: invece di una crescita dell’un per cento è arrivata una recessione dello 0,4. Anche nel 2015 l’ottimismo della volontà farà premio sul pessimismo dell’intelligenza?

Formiche.net è stato il primo a mettere sotto i riflettori i segnali positivi. Non ieri o l’altro ieri, ma addirittura all’inizio di dicembre, quando l’Istat aggiustava al ribasso il pil del terzo trimestre (-0,5%). Un azzardo tanto per andare controcorrente? Un dono divinatorio? Fondi di caffè particolarmente efficaci? Niente di tutto questo: abbiamo scommesso su Mario Draghi, abbiamo considerato positiva la caduta del prezzo del petrolio e, soprattutto, abbiamo ipotizzato che la svalutazione dell’euro avrebbe dato una spinta ulteriore a un’industria esportatrice che in questi anni è riuscita a salvare il posto al sole del mercato mondiale, soprattutto in termini di valore aggiunto. Dunque, abbiamo carte in regola per non cadere, adesso, nell’eccesso contrario. Perché molte sono le palle al piede che frenano le potenzialità di crescita dell’Italia.

La prima s’annida nelle tasse, troppo alte e troppo punitive per chi già paga. Con i nuovi margini di manovra, è possibile programmare una riduzione, modesta ma certa, della pressione fiscale. Il ministro Padoan lo ha detto. Speriamo che lo faccia. Ma non c’è solo la macroeconomia.

Giustamente la Confindustria valuta l’effetto traino dell’export. In fondo l’Italia è l’unico Paese insieme alla Germania ad aver salvato la propria manifattura da una crisi strutturale, generata dalla globalizzazione e dalla rinascita dell’Asia. In questo hanno sempre avuto ragione Marco Fortis e Fulvio Coltorti, anche rispetto al centro studi di Banca d’Italia che spesso ha sottovalutato la produttività delle piccole e medie imprese e la sua capacità di tenere testa alle sfide del mercato mondiale. Pur senza mitizzarlo, il quarto capitalismo ha tenuto a galla l’Italia.

Il governo ha messo in piedi una serie di strumenti per aumentare l’intervento pubblico in economia. A tutti quelli che fanno capo alla Cassa depositi e prestiti, s’aggiungono la bad bank (vedremo come e quanti quattrini dei contribuenti verranno impiegati) e il fondo al quale sta lavorando Andrea Guerra che assomiglia a una nuova nave ospedale (per non evocare la vecchia Gepi). Torna in auge lo Stato barelliere? Se è così, a parte i soldi pubblici gettati al vento e il rischio di aumentare il deficit, un nuovo interventismo assistenziale ostacola e non aiuta la riconversione. Dunque mette un segno meno alla ripresa.

La vera debolezza, tuttavia, non viene dall’industria, ma dal corpaccione lento e obeso dei servizi. Su quelli pubblici si è scritto a lungo. E i governi di questi ultimi anni, da Monti a Renzi, non hanno fatto granché per migliorare l’efficenza e la produttività della pubblica amministrazione. Hanno bocciato o snobbato la spending review il cui obiettivo primario è proprio questo, come dimostrano Canada e Gran Bretagna dove è stata applicata bene. Ridurre la spesa rispetto al pil è una decisione di politica economica. Ridurre i costi e produrre di più è il compito primario che Giarda, Bondi e Cottarelli hanno indicato ai governi che li hanno liquidati anzitempo.

Allo stesso livello di arretratezza si collocano ormai i servizi privati. Compresi quelli telefonici che negli anni ’90 avevano sorpreso tutti per capacità di reagire alle nuove sfide di mercato. I mancati investimenti, le rendite di posizione, la tendenza a vivere sugli allori ha riportato l’Italia indietro. L’esperienza quotidiana lo dice ancor meglio delle comparazioni statistiche. E possiamo continuare: le Poste, specie nel servizio universale, funzionano peggio rispetto ai tempi di Corrado Passera. Nelle ferrovie sta degradando anche l’alta velocità (sovente ci sono ritardi e convogli sporchi). Le banche sono nel complesso indietro nell’uso di internet. I servizi locali sono un contributo rilevante alla bassa produttività del sistema Italia.

Una grande rivoluzione attraversa il terziario in tutto il mondo occidentale, tranne che in Italia dove più forti sono le resistenze corporative e meno brillanti le capacità gestionali. Ma soprattutto dove manca una chiara strategia di attacco all’inefficienza da parte del potere pubblico che possiede servizi chiave e con la regolazione indirizza anche gli altri dove prevale la proprietà privata.

Tutto questo è evidente nella vita di tutti i gironi, la rende più faticosa, misera per molti aspetti, acuisce le tensioni (basta andare a una qualsiasi coda agli sportelli o parlare con un remoto centralino del servizio clienti). Eppure non c’è nulla nei programmi del governo Renzi (e nemmeno di quelli precedenti). Difficile calcolare l’impatto negativo che tutto ciò ha sulla ripresa, ma è certo che abbassa la capacità di crescita del Paese.

Se il governo, dopo aver affrontato il mercato del lavoro e aver ridotto progressivamente le imposte, mettesse mano a una politica per favorire la ristrutturazione dei servizi, potrebbe dare un importante contributo alla crescita. I suoi effetti si vedrebbero a partire dal 2016, ma tanto più potrebbe bilanciare eventuali impatti negativi dei fattori esterni (il prezzo del petrolio dovrebbe risalire, il commercio mondiale può rallentare, la Grecia potrebbe far scoppiare un’altra bufera sul mercato dei debiti sovrani, per non parlare del collasso russo e via di questo passo). Non se ne sente parlare in giro, ma magari il brani trust di Palazzo Chigi ha già studiato le soluzioni.

Giochiamo la carta del terziario per eccitare il Pil?

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