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A bocce ferme si scopre che lo sciopero generale, promosso da Cgil e Uil, non ha poi avuto quelle grandi adesioni che si immaginavano. Gli organizzatori parlano del 60 per cento, con punte del 70. In realtà, stando alla Confindustria (e alla Cisl, che però non si pronuncia ufficialmente), le percentuali sono molto più basse. Si potrebbe citare, solo il caso macroscopico della Fiat (dove la Fiom è forte e la Uil è un sindacato maggioritario), dove si sono astenuti meno del 5% degli operai e lo zero virgola degli impiegati e quadri. Ma non è dei numeri che vogliamo parlare ma del significato politico dell’astensione di venerdì 12 dicembre.

Chi ne è uscito bene da questo sciopero? E’ ormai unanimemente riconosciuto che sia stato sicuramente Matteo Renzi, anche perché tutti si sono accorti che si trattava di una manifestazione prevalentemente politica e ben poco sindacale. La leader della Cgil, Susanna Camusso (pd, strettamente legata a Bersani, Fassina e Cuperlo), ha promosso, per la prima volta, uno sciopero generale contro un governo presieduto da un esponente del suo stesso partito, ma non in nome dell’autonomia del sindacato (da tutti auspicata), ma per dare man forte alla minoranza del pd, ridotta da Renzi al lumicino. Del resto la manifestazione si poneva troppi obiettivi e quello principale (il “no” al Job act, con la modifica dell’articolo 18) era stato già approvato dal parlamento.

Quello però che appare incomprensibile è l’atteggiamento della Uil. Come lo vogliamo chiamare? Voltafaccia, cambiamento improvviso di fronte, inseguimento della demagogia, che può pagare in termini di adesioni?

Credo che si possa dire che dal 5 marzo 1950 (data di costituzione della Uil) sino a qualche settimana fa non si era mai vista la proclamazione di uno sciopero con le sigle abbinate Cgil- Uil. In 64 anni di vita, come è noto, questa confederazione, di radici laico-socialiste, non ha mai indetto uno sciopero solo con la Cgil. Gli scioperi, quando non erano unitari venivano proclamati con la propria sigla oppure insieme alla Cisl. Quest’ultimo sindacato è stato sempre considerato quello più affine, al punto che più volte nella storia sindacale, si è considerata l’ipotesi di una fusione delle due confederazioni (si parlava allora di “sindacato democratico”), in contrapposizione alla Cgil, definita “social comunista”.

Con la crisi dei tradizionali partiti politici e delle ideologie storiche le cose sono cambiate e con la sparizione dei partiti laici (Pli, Pri) e socialisti (Psi e Psdi), la Uil si è trovata orfana di un riferimento politico (come è avvenuto, in gran parte, anche  per la Cisl, con la liquidazione della Dc). Tutti avevano immaginato che, a questo punto, sarebbe stato più facile avviare quel complesso processo di unità sindacale, frenato negli anni  proprio dai partiti politici che avevano sempre mantenuto una sorta di “cinghia di trasmissione”. La brevità di questa nota non ci consente di approfondire ulteriormente questo problema. Possiamo solo aggiungere che finora la forza degli apparati (che godono di copiosi  finanziamenti pubblici, oltre alle entrate degli iscritti) ha impedito l’ambizioso obiettivo di costruire un sindacato unitario e autenticamente democratico.

Tornando alla Uil e al suo “cambiamento di fronte”, non c’è da osservare che questa nuova strategia è coincisa col nuovo segretario generale (Carmelo Barbagallo), ex segretario organizzativo della confederazione. Che cosa è infatti cambiato nelle alleanze se negli ultimi 13 anni la Uil si è sempre mossa a fianco della Cisl su una politica moderata e non demagogica (anche sulla vertenza Fiat, ad esempio). Hanno giocato certo l’elezione del “pensionato” di 66 anni Barbagallo, che voleva distinguersi in tutti i modi dal suo predecessore su una linea più estremista. Probabilmente, anche nella illusione di conquistare nuovi consensi su una linea rivendicativa più avanzata, temendo la concorrenza della Cgil. Anche su questo punto il nuovo leader ha fatto male i conti: chi infatti si batte per conquistare nuovi diritti e retribuzioni più elevate, senza sentire ragioni, perché dovrebbe aderire alla Uil e non direttamente alla Cgil? Chi, invece, si rende conto delle difficoltà del quadro politico-economico del Paese, responsabilmente è più portato ad aderire alla Cisl (e non alla Uil), che più coerentemente ha sempre sostenuto la linea moderata.

L’altra motivazione è più strettamente politica, anzi partitica. Ormai quasi tutta la Uil aderisce al Pd e partecipa attivamente alle battaglie interne. Anche Barbagallo ha preferito schierarsi contro Renzi e quello dello sciopero generale è stata la prima e clamorosa occasione per renderlo esplicito. Ma anche su questo punto il nuovo leader ha sbagliato. Non è stato detto, anche da molti socialisti (gli stessi che oggi si trovano nel Pd), che Renzi è il nuovo Craxi?  E quando Craxi decise di modificare la scala mobile (considerata un altro tabù, più dell’art.18) dov’era la Uil (segretario Giorgio Benvenuto)? Era a fianco del segretario del Psi, insieme alla Cisl (segretario Pierre Carniti), contro la Cgil, anzi la maggioranza comunista di questa confederazione.

Forse Barbagallo e i suoi sostenitori, prima del cambio di fronte, avrebbero dovuto studiare la storia della Uil. E glielo dice uno che la storia di questa confederazione l’ha scritta, per primo. Ecco solo qualche testo: “Scissioni sindacali e origini della Uil”, edizioni Lavoro Italiano, 1981; “Il sindacato nel dopoguerra: nascita della Uil e della Cisl,Franco Angeli 1990; “La Federazione Cgil, Cisl, Uil fra storia e cronaca”, Bertani editore 1973”.

Perché la Uil sbaglia ad accodarsi alla Cgil

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