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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Si avvicina la fine dell’anno ed è tempo di bilanci ma non solo. A questo rito consolidato segue quello delle speranze e degli auspici per l’anno che verrà.

Tralasciando i primi visti i poco edificanti indicatori economico-sociali e le vicende più tragiche che comiche che interessano la riforma costituzionale e quella elettorale, i dubbi, le incertezze e le speranze, almeno quelle che riguarderanno i primi mesi del 2015, non saranno poi così diverse da quelle che di questo fine 2014.

A quanto il voto anticipato? Il prossimo 17 maggio o nella primavera del 2016? E le dimissioni di Napolitano? Gennaio o maggio?

Se l’auspicio delle urne appare sempre più in cima alla lista dei desiderata di Palazzo Chigi per un concorso di fattori interni (partito, gruppi parlamentari,…) ed esterni (crisi economica, rapporti con l’Ue,…) nonostante gli ostacoli che non rendono agevole questo percorso, su tutto la legge elettorale, un quadro di maggior incertezza aleggia sugli accadimenti del Colle le cui vicende a sua volta s’intersecano inevitabilmente con i destini della stessa legislatura.

La smentita della scorsa settimana di dimissioni a stretto giro di Giorgio Napolitano va interpretata senza molta dietrologia, ma come un soccorso a Renzi per bloccare il desiderio berlusconiano di posticipare l’approvazione della nuova legge elettorale alla partita del Colle.

Ma al di là della partita interna ai contraenti del Nazareno, l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale non è al riparo da sorprese ed i desideri in tal senso rischiano di restare soltanto tali.

Su 1008 aventi diritto al voto, al netto dei delegati regionali, l’area di governo dispone, testa in più testa in meno, di 580 grandi elettori ai quali, se si sommano i 143 di Forza Italia, si arriva a quota 723.

In pratica, se il patto reggesse, ci sarebbero i voti sufficienti per un’elezione già in una delle prime tre votazioni, mentre in sostanza, il rischio che manchino i 505 necessari dalla quarta in poi è assai concreto.

Infatti, da questo totale, bisogna sottrarre i voti della dissidenza interna a Forza Italia, stimabile in oltre una cinquantina, e di quella interna al Pd quantificabile in un numero ben maggiore dei famigerati 101 di prodiana memoria, più la quota fisiologica derivante dal voto segreto e del profilo del candidato.

Detto ciò, cosa augurarsi? E’ vero che al peggio non c’è limite, ma dopo un governo senza una rotta ed una bussola, senza un valida linea alternativa in economia, non vorremmo ritrovarci alla presidenza della Repubblica un uomo buono per tutte le stagioni.

Chissà, magari un Piero Grasso…

Tutte le voglie di Renzi sul Quirinale

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