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Alla guerra sembriamo esserci del tutto assuefatti. Il conflitto armato viene percepito come fenomeno endemico: tormenta quotidianamente le coscienze, ma non sembra toccarci da vicino. L’opinione pubblica internazionale s’indigna, senza essere capace di porre in atto azioni concrete. E l’Europa?

Anche il vecchio continente sembra essere vittima di questa accidiosa impasse diplomatica, limitandosi ad impartire dal divano di casa lezioni di diritti umani, e nulla più.

Ciò che il mondo vede è un’Europa fin troppo loquace – tante voci indipendenti tra loro per condannare Assad, Putin e Netanyau e poi l’Isil o Hamas – ma poco operosa, se non per quella decisione repentina di dare il via libera alla distribuzione di armi ai peshmerga curdi da parte di chi, tra i paesi europei, “vuole”.

Un’Europa sicuramente non in grado, finora, di proporre soluzioni.

L’UE, con un Parlamento eletto da tre mesi, solo ora con la nomina quasi imminente della Mogherini all’alto commissariato degli affari esteri sembra aver risolto un primo intralcio.

Figuriamoci se è in grado di superare le divisioni interne – socialisti, popolari ed euroscettici, e poi “PIIGS” contro “Paesi virtuosi” – e di adottare una politica estera univoca.

Eppure non va dimenticato che è prima di tutto la geografia di Ucraina, Gaza, Siria e Libia, a stigmatizzare qualsiasi velleità isolazionistica.

Ciò che colpisce è come, a quasi sessant’anni dalla conclusione del secondo conflitto mondiale, la “vecchia” Europa, come la definì l’ex Segretario alla Difesa americano Donald Rumsfeld, o la “saggia” Europa, dell’allora Presidente della Commissione Europea Romano Prodi, ancora non riesca a riprendersi dal declassamento e dall’estromissione dai giochi di potere dell’era globale.

La soluzione di certo non può essere ricercata nel motto “armiamoci e partite”, specialità tutta francese – vedi Libia, Mali, Repubblica Centrafricana – per cui si va in guerra, tanto, prima o poi, arrivano gli yankee e risolvono la questione. L’Europa ha un bisogno prepotente di affrancarsi dai cugini d’oltreoceano, di ricorrere con cautela a sanzioni economiche ed embarghi commerciali contro i nemici degli Usa, di iniziare a pensare e ad agire da sé.

In molti hanno creduto nella nascita di un’opinione pubblica europea quando milioni di cittadini riempirono le piazze di mezza Europa nel marzo del 2003 per manifestare contro la guerra in Iraq e la decisione di Spagna, Italia e Gran Bretagna di seguire a testa bassa gli USA in questa vana impresa.

Il popolo europeo diede allora inizio a qualcosa, ora è tempo che le istituzioni facciano la loro parte.

Perché la democrazia non si esporta con le armi, ma neppure con tante parole.

L'agenda guerra

La guerra e il ruolo dell'Europa

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