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Gli occhi di Pechino sono ormai puntati su Roma, con una serie di investimenti mirati all’intero comparto economico italiano. Non solo Bank of China sale al 2% di Fiat, Prysmian e Telecom: ma ecco che la presenza cinese continua costante dopo gli inizi con Eni ed Enel. Ecco la ricognizione con numeri, approfondimenti e analisi delle ultime avanzate di Pechino in Italia, oltre all’ingresso criticato di China State Grid in Cdp Reti (Snam e Terna) con il 35%.

I NUMERI DELLE ULTIME OPERAZIONI
L’istituto di Pechino entra in Fiat con una quota pari al 2,001%, ma la banca è anche al 2,018% di Prysmian, al 2,018% di Telecom Italia mentre Norges Bank riduce la quota dal 2 all’1,33% in Fca. I numeri più significativi attengono l’ingresso della Banca centrale asiatica in Piazza Affari: State Grid ha rilevato per due miliardi di euro il 35% di Cdp Reti, che ingloba quote significative in Terna e Snam. Senza dimenticare i 400 milioni versati da Shangai Electric per il 40% di Ansaldo Energia controllato da Cassa Depositi e Prestiti per il tramite del Fondo Strategico Italiano.

OPERAZIONE DRAGONE
E’ un dato oggettivo il fatto che nella prima metà del 2014 gli operatori cinesi abbiano fatto investimenti all’estero per circa 32 miliardi di euro (il 75% in partecipazioni azionarie) in 146 Paesi. In Italia sono state registrate 35 operazioni in un lustro e, come ha rilevato Alessandro Daffina, ad di Rothschild Italia dalla colonne del Sole 24 Ore, testimoniano l’inversione di tendenza delle politiche cinese, sempre più orientate al global. “Si sono accorti che il pil cinese, che ancora oggi cresce a ritmi di oltre il 7%, un giorno si potrà fermare”. E per avversare una possibile crisi interna strategico per questi gruppi sarà disporre di una dimensione globale.

OBIETTIVI
Il governo cinese in questo modo punta a investire i proventi dei propri avanzi commerciali grazie a fondi sovrani (come la China Investment Corporation) accanto alle grandi banche. Ma mentre fino ad oggi la maggioranza di questi investimenti avevano uno scopo prettamente strategico, come in America Latina e in Africa, ecco che oggi la meta è stata diversificata, perseguendo un obiettivo diverso: globale.

L’OPINIONE DI CIPOLLETTA
Il numero uno dell’Associazione italiana del private equity, Innocenzo Cipolletta, al Corriere della Sera osserva che le attenzioni della banca cinese per i nostri gioielli non deve suscitare né ansia né troppa gioia, dal momento che è nulla altro se non un’oculata “strategia finanziaria di diversificazione del portafoglio che non suggerisce ancora ipotesi avveniristiche come eventuali scalate per i controllo societario e Opa ostili“.

PERCHE’ ORA
Ma perché i cinesi investono ora in Europa? In primo luogo per via della solidità della nostra manifattura, così come sottolinea Fabio Savelli sul Corriere della Sera, “e la prospettiva di una crescita sul medio-lungo termine che i cinesi riconoscono alla nostra economia forse più di quanto noi siamo disposti ad ammettere”. A cui va aggiunto il prezzo “di saldo” delle società italiane quotate che cammina di pari passo alla notevole liquidità di cui è padrona la Banca del Popolo cinese.

L’ANALISI DI DAVERI
A questo punto l’Italia è vista con occhi diversi da Pechino. Come osserva l’economista Francesco Daveri sul Corriere della Sera, la Cina punta a inglobare “nuovi tasselli del mosaico, ovvero la ricerca di rendimenti in grandi società globali in un mondo forse dominato da tendenze deflattive in cui cioè i rendimenti dei titoli e del risorse energetiche potrebbero essere vicini allo zero per un lungo periodo di tempo”.

twitter@FDepalo

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