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La Trans-Adriatic pipeline, il progetto italo-greco-albanese con cui “l’oro blu” azero giungerà in Europa, rischia di fermarsi in Croazia, escludendo la Penisola dall’infrastruttura energetica.

Lo scenario, che unito agli affanni di South Stream porrebbe fine ancor prima di cominciare alle mire di Roma di diventare l’hub energetico d’Europa, sembra diventare ogni giorno più probabile. A renderlo possibile ci sarebbe il fatto che la costruzione del gasdotto è in fase di stallo a causa di opposizioni ambientaliste, veti localistici e lungaggini burocratico-parlamentari.

LA VISITA A BAKU

Sembra lontana anni luce la visita che a metà agosto dell’anno scorso portò l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta a Baku. Allora il premier ringraziò personalmente Ilham Aliyev, presidente del Paese ex sovietico dal 2003, per la decisione con cui quest’ultimo, due mesi prima, scelse di convogliare il gas estratto dall’immenso giacimento di Shah Deniz nelle condotte della Tap. L’opera, nei piani attuali, dopo essere transitata attraverso la Turchia, dovrebbe raggiungere il Vecchio Continente, terminando il suo tragitto di 870 km sul fondale ionico e adriatico in Italia, precisamente a San Foca, in Puglia.

LA PRESSIONE DI ZAGABRIA

Ma il condizionale è quantomai d’obbligo, scrive Andrea Bassi sul Messaggero di oggi. Il presidente Aliyev “ha fretta” e il 14 luglio prossimo incontrerà a Roma il premier Matteo Renzi per discutere anche questa questione. Sull’Italia grava la pressione della concorrenza croata. D’altronde, prosegue il quotidiano della Capitale, “con il governo di Zagabria, con quello della Bosnia e della Serbia, sono già in essere degli accordi per ospitare una bretella della Tap denominata Iap, Ionian adriatic pipeline, con una portata di 5 miliardi di metri cubi, ridotta rispetto ai 10 miliardi della Tap (che in prospettiva dovrebbero diventare 22 miliardi)“.

L’ALLARME DI RUSSO

Che il tempo perso dall’Italia potrebbe costare caro lo aveva già denunciato Giampaolo Russo, numero uno di Tap Italia, in un suo intervento al seminario “Verso il G7 Energia” tenuto il 5 maggio scorso nella sede romana del Centro Studi Americani. Un tema su cui il country manager è tornato oggi durante il Nimby forum nella Capitale.

RISCHIO REALE?

Non tutti concordano che la minaccia sventolata dal consorzio sia però reale. Sempre Bassi, riportando l’opinione dei più scettici, sottolinea come “il tratto italiano della Tap sarebbe di soli 45 chilometri di condotta sottomarina e otto di condotta interrata“, per poi essere “collegato alla rete Snam già esistente per distribuire il gas“. Nel caso del percorso alternativo, invece, “si tratterebbe di costruire ex novo altri 500 chilometri di tubature“. Un esercizio poco conveniente dai punti di vista economico e della tempistica, considerato che l’infrastruttura deve esser pronta entro il 2019. Per questo, sebbene gli azionisti del consorzio non si siano ancora espressi (ma potrebbero farlo a breve), la voce dell’approdo della Tap in Croazia viene da alcuni considerata “una mossa tattica“.

GLI SCAMBI CON L’AZERBAIJAN

Un rischio che però non sembrerebbe conveniente correre. Il fallimento del progetto Tap sarebbe secondo diversi osservatori un duro colpo per le relazioni stabilite tra i due Paesi, che godono di estrema salute. L’Italia è già il primo partner commerciale dell’Azerbaijan con uno scambio annuo di 6 miliardi di euro, ma la maggior parte degli scambi avviene per pagare il petrolio azero che copre il 16% del fabbisogno nazionale. Per questo il governo ha aperto a Baku un ufficio dell’Ice con il quale si cercherà di intensificare il ruolo delle aziende italiane in Azerbaijan, a sostegno delle quali arriveranno nella capitale azera gli uomini di Confindustria e dell’Ance. Un “prezzo” che l’economia azera ha pagato finora di buon grado pur di allontanarsi dalla stretta orbita russa che ne ha finora, secondo alcuni analisti, tarpato le ali.

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