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L’immagine-simbolo del Mondiale è l’abbraccio finale di David Luis e di Dani Alves all’inconsolabile James Rodriguez. E quando il difensore brasiliano, che con il suo gol ha fatto tornare sulla terra la fantastica Colombia, ha indicato ai tifosi di Fortaleza l’attaccante sconfitto che non si rassegnava, un lungo, scrosciante, appassionato applauso ha salutato il gesto ed il campione che è stato la vera stella del torneo. I Cafeteros non arriveranno, dunque, al Maracanà, come immaginavano, ma di fronte al miglior Brasile (tutt’altro che eccelso, comunque) visto in questa competizione non soltanto non hanno sfigurato, ma hanno impartito una lezione di calcio, ancora una volta, lasciando purtroppo, con la loro eliminazione, l’amaro in bocca agli appassionati del futbol che seguendoli sono tornati con la memoria alle pagine più entusiasmanti del calcio sudamericano.

Gli avversari carioca si sono stretti ai vinti nel dopopartita non certo per rappresentarsi come i “buoni” ed i “generosi”, ma per riconoscerli quali eredi, in un certo senso, di un Brasile che non si vede più da tanto tempo, diciamo dal 1994, quando brillò la stella di Romario, o ancora prima, dal 1970 l’ultima impresa, peraltro pure questa ai danni dell’Italia, di un’inimitabile formazione le cui gesta non sono state mai più ripetute da nessuna nazionale, le gesta di Rivelino, Jairzinho, Gérson, Tostao e dell’immenso Pelé che disputò quel 21 giugno, allo stadio Azteca di Città del Messico, il suo ultimo mondiale, lasciando sul terreno e nei cuori un’impronta che sarebbe stata rinnovata sedici anni dopo, su quello stesso campo, da Diego Armando Maradona autore di due gol che non determinarono soltanto l’eliminazione dell’Inghilterra ai Quarti di finale, ma rappresentarono il riscatto argentino dopo l’affaire Falkland: almeno così venne letta l’impresa.

La Colombia ha testimoniato che un altro football è possibile. E di fronte ad un Brasile incerto e fortunato, ma sicuramente motivato più dall’orgoglio dei suoi giocatori che dalle psicologhe ingaggiate alla bisogna, si è permesso il lusso di dimostrare a coloro che non credevano potesse arrivare tanto vicino al traguardo finale che nulla è impossibile quando si ha una squadra che tenacemente persegue il proprio l’obiettivo per quanto possa essere ambizioso.

Certo, Rodriguez non è ancora maturo al punto di fare la differenza e trascinare da solo i Cafeteros, ma il tempo lavora per lui come per la Colombia che non è una meteora: mai era arrivata così lontano in un Mondiale, mai immaginava di doversi caricare sulle spalle la tradizione calcistica sudamericana, tradita o snaturata da altri. E’ riuscita nel duplice intento e tanto basta a ricordarci di questo Brasil 2014 a cui ha dato un senso tecnico, tattico e spettacolare la formazione allenata dall’argentino José Pekerman che alla vigilia della sfida aveva detto dei verdeoro: “Loro sono la storia, noi abbiamo i talenti”. Incredibile, ma vero.

Talenti se ne sono visti tanti all’opera nel “derby” europeo tra Germania e Francia. Ma nonostante l’affollamento, la partita l’ha vinta un giocatore da solo: Mats Hummels. E’ un difensore che sa segnare pur interpretando al meglio, e costantemente, il suo ruolo: impenetrabile saracinesca davanti a Neuer tanto che per due volte ha salvato il risultato. Cosa si può volere di più da un calciatore, inossidabile terzino del Borussia Dormund (la prossima stagione sarà compagno di Ciro Immobile), e prima del Bayer Monaco con cui ha esordito (insomma, l’aristocrazia della Bundesliga); per di più è stato riconosciuto come il giocatore più sexy del Mondiale, davanti a Cristiano Ronaldo, Arjen Robben (anche i calvi hanno il loro fascino…), Neymar, e via dimenticando?

Si può volere che continui a fare il suo dovere fino a Rio dove la Germania intende arrivare sbarazzandosi del Brasile. Impresa tutt’altro che facile. Ma Loew non teme i rivali. E i tedeschi intendono far valere il modello europeo che, per quanto affascini poco, è pur sempre molto redditizio. I brasiliani che non intendono mollare la presa dopo aver superato rocambolescamente ostacoli che sembravano insormontabili, praticano un calcio “meticcio”, esteticamente brutto, tecnicamente modesto, privo di grandi individualità (a parte Neymar e pochi altri di livello inferiore) e, curiosamente, molto europeo privo però dell’indispensabile cinismo del nostro football.

Si dirà che non c’è da aspettarsi poesia dall’incontro, ma soltanto una prosa sciatta e banale. Speriamo in un noir che quantomeno regali un po’ di suspence. Come quando l’Italia, contro ogni pronostico, riuscì a domare la presunta “invincibile” Germania per 4 a 3. La partita del secolo. Era il 17 giugno 1970. Stadio Azteca, dove gli dèi del calcio si danno convegno quando devono dettare le pagine più memorabili (talvolta si sono ritrovati anche al Centenario di Montevideo e al vecchio Maracanà da duecentomila posti, tristemente ridotto adesso ) . Lì salì sugli altari il migliore calcio europeo. Pochi giorni dopo quel ricordato Brasile di astri che stavano per spegnersi s’incaricò di ridimensionare gli azzurri e strappargli l’aura eroica che si erano conquistati. L’Italia del genio e della confusione, dell’astuzia e dei risentimenti, della classe e della generosità non cadde, tuttavia, nella polvere anche se qualcuno lo sostenne. La tattica, si disse, venne annullata in favore dell’agonismo. E come poteva essere diversamente davanti agli ultimi mostri sacri del futébol?

Ora il thriller Brasile-Germania. Il taccuino mundial di Malgieri

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