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La crescita si fa o con gli investimenti o con il deficit. Ed evidentemente deve aver prevalso la seconda. E c’è di mezzo anche la Cina. Tra pochi giorni il Fondo monetario internazionale, diretto da Kristalina Georgieva, diffonderà il suo Fiscal monitor, l’aggiornamento periodico delle finanze pubbliche globali. Ebbene, il debito pubblico globale supererà i 100 trilioni di dollari, ovvero circa il 93% del Prodotto interno lordo mondiale entro la fine di quest’anno e si avvicinerà al 100% del Pil entro il 2030. Si tratta, e qui c’è un primo dato, di 10 punti percentuali del Pil in più rispetto al 2019, ovvero prima della pandemia.

Da Washington fanno notare come i livelli di debito futuri potrebbero essere persino più alti di quanto previsto e che sono necessari aggiustamenti fiscali “molto più ampi di quelli attualmente previsti” per stabilizzarlo o ridurlo con un’alta probabilità. Il rapporto che sta per essere pubblicato, sostiene che i Paesi dovrebbero affrontare i rischi del debito ora con politiche fiscali attentamente progettate che proteggano la crescita e le famiglie vulnerabili, sfruttando al contempo il ciclo di allentamento della politica monetaria.

Tutto questo, chiariscono da Washington, potrebbe essere dovuto a diverse ragioni: crescita più debole, condizioni di finanziamento più rigide, scostamenti fiscali e maggiore incertezza economica e politica. “È importante”, si legge in uno stralcio del documento, “sottolineare che i paesi sono sempre più vulnerabili ai fattori globali che influenzano i loro costi di prestito, tra cui le ricadute derivanti da una maggiore incertezza politica in paesi sistematicamente importanti, come gli Stati Uniti”.

Ma cosa c’entra la Cina? C’entra. Per almeno due ragioni. Primo, se c’è un Paese che in questi anni ha spinto in alto il contatore globale del debito è proprio il Dragone. E non solo perché il debito nazionale cinese vale ormai il 140% del Pil. Ma anche perché c’è la famosa bomba a orologeria dal valore di 13 trilioni di dollari (stima di Goldman Sachs) che potrebbe mettere a repentaglio il futuro stesso della Cina: il riferimento è al debito delle sue amministrazioni locali. Un debito che, complice l’esplosione di veicoli di finanziamento degli enti locali, è in gran parte fuori bilancio e quasi rivaleggia con il prodotto interno lordo nazionale.

Secondo, Pechino ha contribuito all’indebitamento di molte economie. Ne sanno qualcosa i Paesi africani, le cui finanze sono state letteralmente devastate dai prestiti concessi dalle grandi banche del Dragone. Come se non bastasse, mentre il piano Mattei battente bandiera italiana prova a prendere definitivamente corpo e forma, Xi Jinping ha promesso oltre 50 miliardi di dollari in finanziamenti per l’Africa nei prossimi tre anni, contribuendo a creare un milione di posti di lavoro nel continente. “Nei prossimi anni, il governo cinese è disposto a fornire un sostegno finanziario pari a 360 miliardi di yuan” pari a 50,7 miliardi di dollari, ha detto Xi ai leader africani nel corso della cerimonia di apertura del forum per la cooperazione Cina-Africa nella Grande sala del popolo a Pechino.

Proprio poche ore dopo aver firmato un accordo per rinnovare la ferrovia Tazara, una linea ferroviaria di 1.860 chilometri che collega le miniere di rame dello Zambia con il principale porto oceanico della Tanzania, sulla costa orientale dell’Africa. L’accordo è visto come il più grande progetto di ammodernamento di questa infrastruttura dagli anni Settanta, quando la linea fu costruita, a quell’epoca con il contributo del governo cinese di Mao Zedong. Ma sono soldi in prestito. E ora i conti del Fmi tornano.

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